Il vaccino brasiliano al “male olandese”


In un recente articolo pubblicato su Limes, il giornalista Carlo Di Franco ha offerto un’analisi del modello di sviluppo economico brasiliano segnalando la possibilità che il gigante sudamericano cada nella stessa trappola nella quale è incappata l’Olanda negli anni ’60: il “male olandese”.

La dicitura, coniata dall’Economist nel 1977, descrive il declino del settore manifatturiero nei Paesi Bassi. La scoperta e lo sfruttamento del gas naturale a Slochteren, nel 1959, aveva provocato l’apprezzamento della divisa locale (il fiorino) che causò l’innalzamento dei prezzi dei prodotti nazionali. Il risultato è stata una lenta deindustrializzazione del paese.

Per analizzare il caso brasiliano, Di Franco prende spunto da due notizie: la prima è che secondo l’istituto di geografia e statistica (Ibge), nel 2010 l’economia brasiliana è cresciuta del 7,5%, inferiore solo alla Cina e all’India. La seconda si riferisce a un’inchiesta del Financial Times, titolata Brazil’s carnival is “made in China”, dove si apprende che l’80% dei costumi in mostra durante l’ultimo carnevale è stato importato quasi solo dalla Cina.

La tesi sostenuta da Di Franco è chiara ed è condivisa da una larga parte dell’establishment industriale brasiliano: l’esportazione di grandi quantità di risorse naturali sta causando un massiccio afflusso di valuta estera che favorisce l’apprezzamento del Real. L’alto valore della divisa locale avvantaggia l’importazione di prodotti dall’estero a scapito di quelli nazionali che sono più cari. Quindi? Le imprese nazionali si stanno indebolendo e si apre lo scenario della deindustrializzazione. Sintomi di male olandese insomma.

Percepire i sintomi però, non vuol dire essere già malati. Ci sono buone ragioni per credere che la situazione non sia così negativa, che il Ministro dell’economia Guido Mantega e Dilma Rusself sappiano sfruttare l’elevato afflusso di valuta estera a proprio favore, ma soprattutto che le imprese brasiliane escano più forti da questo momento difficile.

A differenza di quello che si pensa, le materie prime contribuiscono solo per il 6% al Pil brasiliano. Il vero boom degli ultimi anni si è avuto nel settore dei servizi: l’Ibge stima che oggi contribuiscano per il 64% al prodotto interno lordo. Il settore industriale, invece, partecipa al 30% (in calo dell’8% rispetto alla penultima certificazione). Questi dati ci offrono il primo differenziale tra il caso olandese e quello brasiliano: non è stato il settore delle materie prime a crescere a scapito del manifatturiero, bensì il settore dei servizi. Le telecomunicazioni, le banche, internet, la costruzione civile e i trasporti sono cresciuti vertiginosamente negli ultimi 10 anni e hanno generato migliaia di posti di lavoro. Non a caso la disoccupazione è ai minimi storici.

Il vaccino che il Brasile può vantare sul male olandese è la grande esperienza che gli economisti nazionali hanno accumulato durante gli anni dell’iperinflazione. Il paese ha imparato a mantenere gli equilibri sul mercato valutario e a controllare la crescita dei prezzi. Senza dubbio il rischio è sempre dietro l’angolo, come dimostra il sostanzioso apprezzamento del Real negli ultimi anni. Le politiche di svalutazione monetaria di Cina, Usa, Giappone e Corea del sud complica la situazione, ma il governo sta adottando soluzioni mirate per raffreddare la crescita e mantenere il valore del Real sotto controllo. Lo scorso 29 marzo la Rousseff ha deciso di aumentare dal 5,38% al 6% l’aliquota dello Iof (imposta sulle operazioni finanziarie) sull’emissione a breve termine all’estero da parte di società e banche brasiliane. Molto importante è stata l’estensione dell’imposta sui prestiti dai 90 ai 360 giorni. Dal 2008 il governo ha più volte innalzato la riserva obbligatoria delle banche. Insomma, gli strumenti economici ci sono e vengono utilizzati, anche se l’apprezzamento del 40% dal 2008 del Real sul dollaro spaventa.

Ma la prova che il Brasile dovrà superare è un’altra: più che dimostrare di saper contenere l’apprezzamento della moneta, il governo Rousseff dovrà sfruttare bene l’entrata dei capitali dall’estero a favore dell’industria di qualità. La ricerca e l’innovazione tecnologica ne trarrebbero grande beneficio e rafforzerebbe tutto il settore. Esempi vincenti non mancano, basta pensare a Embraer e Weg, industrie ad altissima tecnologia e molto competitive a livello mondiale. Insomma, non tutto il male viene per nuocere e non tutti i sintomi rivelano una malattia.

Eliano Rossi

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3 pensieri su “Il vaccino brasiliano al “male olandese”

  1. Eliano, complimenti per il tuo articolo. Mas l’analisi del giornalista Carlo Di Franco, pubblicata da Limes, che tu riproponi è parziale nell’analisi e falsa nelle conclusioni. Il vaccino brasiliano al male olandese, purtroppo è una chimera. Non esiste! Anzi quella brasiliana è un’economia drogata.
    Tu scrivi:” Non è stato il settore delle materie prime a crescere a scapito del manifatturiero, bensì il settore dei servizi. Le telecomunicazioni, le banche, internet, la costruzione civile e i trasporti sono cresciuti vertiginosamente negli ultimi 10 anni e hanno generato migliaia di posti di lavoro. Non a caso la disoccupazione è ai minimi storici”.
    Il dato statistico è corretto. Ma, bisogna domandarsi da dove sono venute le risorse per finanziare il settore dei servizi. È una domanda onesta e necessaria. La risposta è questa: dall’indebitamento interno ed estero.
    Lula ha governato dal 2002 al 2010. I dati relativi al debito brasiliano (in moneta locale, Real) nel periodo sono i seguenti: 1. Nel 2002: a) Debito estero: 212 miliardi; debito interno: 640 miliardi; totale: 852 miliardi! 2. Dopo otto anni di presidenza Lula, nel 2010, questi sono i dati: a)Debito estero: 240 miliardi; b) debito interno: 1.650 triliardi. Totale 1.890 triliardi.

    Sono cifre spaventose. Una bolla enorme de speculazione finanziaria dentro la quale si muove l’economia brasiliana! Domande: fin dove? quando ci sarà il botto!?
    Cordialmente
    Giuseppe

    1. Caro Giuseppe, come sempre ti ringrazio per i tuoi commenti e gli spunti di riflessione che offri. La tesi presentata su Limes pone dei dubbi sulla capacità del Brasile di salvare la sua industria. Io penso che abbia buone chances di uscire più forte da questa situazione per i motivi che ho scritto. La crescita del settore dei servizi è molto importante e sarà di grande aiuto se si mantiene nelle proporzioni odierne rispetto agli altri settori. Oggi l’economia brasiliana è ben diversificata. I dati che riporti sono tutti corretti, ma le cifre del debito, se non sono rapportate al Pil, non dicono nulla. Durante gli anni di Fernando Henrique Cardoso il rapporto debito/Pil è aumentato a dismisura. Nella prima fase del suo mandato il rapporto è cresciuto del 30%. Nel settembre 2002 ha toccato picchi del 56% Questo è dovuto al fatto che in quegli anni il Pil brasiliano è cresciuto in media solo del 2,29% . Con Lula questa tendenza si è invertita. Grazie alla crescita sostenuta del Pil (in media 3,47% e adesso sta crescendo ancora di più) il rapporto con il debito è sceso. Al 2009, si è avuta una diminuzione dell’11% rispetto agli anni di FHC. Il valore assoluto del debito non è importante. Il mercato vuole sapere qual’è la capacità del paese di pagare i suoi debiti e al momento, con la capacità produttiva che ha, il Brasile è solido. Infatti non gli mancano affatto gli investimenti dall’estero.

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