La potenza ansiosa. I dubbi dell’Economist sulla Cina


Un Pil che dal 1992 cresce del 10,3% ogni anno. Il reddito pro capite, nello stesso periodo, quadruplicato. Sorpasso sugli Stati Uniti previsto per il 2020. A questo ritmo di crescita la Cina potrebbe presto diventare la prima economia mondiale. Già, potrebbe. Perché, secondo l’Economist, un’incognita pesa sull’ascesa del gigante asiatico. Al punto da renderlo, come recita il titolo del report pubblicato lo scorso 25 giugno, “ansioso”.

Si tratta del modello di sviluppo cinese. Un sistema produttivo basato sulla manodopera a basso costo, orientato all’export e molto legato all’immissione di capitali. Tutti fattori che secondo l’Economist potrebbero nei prossimi anni trasformarsi in ostacoli, frenando la crescita del Pil e imprigionando la Cina in una middle-income trap, la trappola del reddito medio. La condizione per cui un’economia emergente, arrivata ad un livello medio di redditi, non riesce più ad innovarsi ed entra in un periodo di stagnazione e turbolenza. Come successo a molti Paesi dell’America Latrina tra gli anni ’80 e ’90.

hu jintao wen jabao
Il Presidente Hu Jintao (68, a destra) e il premier Wen Jabao (68) si stringono la mano. Il prossimo anno lasceranno il potere.

Il timore è condiviso dagli stessi dirigenti del Partito comunista. «L’economia cinese è instabile, squilibrata, scoordinata e insostenibile», sottolineava già nel 2007 il premier Wen Jiabao.  L’ultimo piano quinquennale, approvato lo scorso Marzo, trae le conseguenze e invoca un «riaggiustamento strategico». La crescita del Pil degli ultimi 5 anni è stata in larga parte – quasi al 60% – determinata dagli investimenti. Una tendenza che si è accentuata durante la crisi globale, quando per sostenere l’economia la Cina ha varato un piano di stimoli da 620 miliardi di dollari. Gli investimenti fissi – in trasporti, infrastrutture e industria – hanno così raggiunto il 50% del Pil. Un livello eccessivo per qualsiasi economia, destinato a provocare un eccesso di capacità produttiva.

Secondo l’Economist solo la crescita dei consumi interni può riequilibrare la situazione. Ma l’obiettivo non è facile. Il governo ha varato un gigantesco programma di housing – 36 milioni di nuove abitazioni a prezzo ridotto –  e aumentato la spesa in welfare. L’intento è spingere i cittadini a dedicare una quota maggiore del loro reddito al consumo. Alcuni fattori però ostacolano questo cambiamento. Il processo di urbanizzazione, che per anni ha garantito alle industrie un serbatoio infinito di manodopera e introdotto molti cinesi nel circuito dei consumi, sta ora rallentando.

A ciò si aggiunge un andamento demografico preoccupante, effetto della politica del figlio unico. Il tasso di dipendenza (la popolazione non in età da lavoro rispetto a quella in età lavorativa) toccherà il punto più basso tra il 2012 e il 2015 ma poi avrà un rimbalzo violento. Che cancellerà il “dividendo demografico” di cui la Cina ha goduto nell’ultimo decennio. Questo potrebbe portare ad un impennata dei salari, ma soprattutto, data la debolezza delwelfare, a gravi disagi sociali. Giovani coppie, spesso con un unico figlio, si troveranno a dover mantenere i quattro genitori. Un modello familiare 4-2-1 che non incentiva certo i consumi.

Fine dell’ascesa cinese dunque? Non per forza. Secondo l’Economist per il Dragone sono due le soluzioni possibili, da sviluppare in parallelo. La prima è investire su innovazione e ricerca, in modo da superare lo schema della produzione a basso costo e alta intensità di manodopera. Con il capitale umano che il Paese ha a disposizione le risorse non mancano. A patto che lo stato rinunci al suo controllo sull’economia, garantendo libera espressione ai talenti, scientifici e imprenditoriali.

La seconda è l’introduzione di un sistema di welfare di tipo occidentale. Certo, per finanziarlo lo stato dovrebbe alzare la pressione fiscale, mettendo a repentaglio la tacita alleanza stabilita in questi anni con la borghesia: «arricchitevi pure, ma lasciate stare la politica». Di fronte ad una fiscalità più invasiva la classe media potrebbe cominciare a chiedere ragione al Partito della gestione della cosa pubblica. In concreto: riforme democratiche e maggiore rappresentatività. La reazione del PCC sarebbe conciliante o repressiva? La parola a Xi Jinping e Li Keqiang, i prossimi leader, al potere dal 2012.

Filippo Santelli

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