Se le banche cinesi rischiano sui prestiti


Negli ultimi mesi gran parte del mondo economico si è scagliato contro le banche greche e italiane. I più esperti tuttavia continuano a guardare con attenzione agli istituti tedeschi e francesi a causa della loro esposizione sui titoli di stato dei Piigs.

I detrattori delle nostre banche hanno dimenticato che gli istituti italiani sono tra i pochi a non aver ricevuto aiuti di Stato durante la crisi dei subprime che ha causato l’ormai famoso crack di Lehman Brothers.Lo stesso non si può dire delle banche di Parigi, Berlino, Londra. Per non parlare delle americane. Il concetto di “too big to fail” non è stato tradotto in italiano perché è un problema (uno dei pochi) che non ci riguarda. Gli istituti italiani non hanno mai guardato con avidità alle operazioni più rischiose e per questo non hanno perso le centinaia di milioni che hanno bruciato le altre.

Ma finora si è parlato solo di Europa e Stati Uniti. Dove sono, che fanno, come investono le banche dei Paesi in via di sviluppo? Prendiamo la Cina, l’ammiraglia dei Brics per produttività e popolazione. L’agenzia di rating Fitch, la più tenera della triade composta da Standard & Poor’s e Moody’s, ha fatto suonare il primo campanello d’allarme.

Una filiale della ICBC, la più grande banca al mondo. Controlla asset totali per più di 1.700 miliardi di dollari

Nei Paesi in via di sviluppo la crescita del credito è lenta, si legge nel report pubblicato mercoledì 16 novembre. Sostanzialmente in linea con la debolezza dell’economia globale, anche perché le banche centrali tendono a evitare che una crescita galoppante come quella di Pechino si surriscaldi troppo – ora si aggira sul 10%, laddove quello italiano è fermo allo 0,6%. Nella maggior parte di questi Paesi i prestiti non remunerati stanno crescendo, ma non così tanto da minacciare il settore bancario. A parte la Cina.

Secondo gli analisti dell’agenzia di rating, un deterioramento della qualità degli asset è probabile. Nei primi nove mesi del 2011 la crescita del credito ha viaggiato su buoni livelli anche se tra luglio e settembre ha subito una modesta frenata. L’indebolimento dei prestiti è per ora sottovalutato dagli esperti del settore secondo Fitch e la capitalizzazione delle banche cinesi è debole. Guarda caso, lo stesso problema del quale vengono accusate le banche europee – solo le Italiane devono ricapitalizzare quasi 15 miliardi di euro, ben 8 UniCredit. Per loro fortuna, gli istituti di credito di Pechino possono contare sui liquidi della Repubblica Popolare per le ricapitalizzazioni.

Il presidente della Repubblica Popolare Cinese Hu Jintao e il presidente Usa Barack Obama visti da Benetton. L'America accusa da tempo Pechino di manipolare artificialmente i tassi per favorire l'export

Ma i problemi non mancano: grande disparità tra le province dell’interno e quelle sulle coste. La media del deficit fiscale per quelle del centro e del nord della Cina va dall’8% al 20%, mentre per quelle costiere si attesta sul 3%. E spesso i finanziamenti per la costruzione di nuove infrastrutture arrivano direttamente o indirettamente dalle banche, che quindi si espongono sempre più. L’importanza delle province centrali sta nel fatto che sono cruciali per rimodulare la domanda interna, ancora troppo debole per un Paese che vanta la seconda economia del mondo.

Una crisi del debito non è immediata. C’è però il rischio che la crescita nominale del Pil cinese rallenti prima che i buoni investimenti abbiano il tempo di raccogliere quanto seminato. Nel caso di uno shock inflazionistico, una recessione globale o una bolla immobiliare la minaccia di una forte frenata della crescita cinese è concreta – e ad essere sinceri, non tutti vedono l’ipotesi in chiave negativa. Soprattutto dopo che l’Europa si è presentata col cappello in mano chiedendo soldi per i bailout e Pechino ha preso tempo.

Stefano Glenzer

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