“Guerra” delle valute? Il Brasile se la gioca così


“La politica monetaria espansionista delle economie avanzate provoca effetti estremamente nocivi, perché svalorizzano artificialmente le monete”. Parola di Dilma Rousseff. La Presidente del Brasile ha lasciato trasparire la sua irritazione al quotidiano Folha, a margine dell’incontro con Angela Merkel in Germania, per la politica monetaria della Banca Centrale Europea e della Federal Reserve americana. Dall’inizio della crisi, le banche centrali dei Paesi sviluppati hanno immesso 8,8 miliardi di euro nei mercati finanziari, causando indirettamente l’apprezzamento incontrollato del Real, la valuta brasiliana. Se da un lato una moneta forte favorisce gli acquisti di beni dall’estero, dall’altro pregiudica l’industria interna. Comprare dal Brasile, oggi, non è conveniente come lo era qualche anno fa. E anche dentro i confini nazionali brasiliani, la crescita dei prezzi è stata vertiginosa. Tutto ciò ha pregiudicato l’industria manifatturiera locale, che ha visto i costi di produzione crescere a dismisura. Per questo motivo si è a lungo parlato del rischio “male olandese” per il Brasile.

 Il Governo di Brasilia, da tempo, cerca di tenere sotto controllo il prezzo della sua moneta. Non solo sui valori massimi, ma anche sui minimi. Un crollo del Real, infatti, sarebbe tanto disastroso quanto un apprezzamento esagerato: se la valuta perdesse competitività troppo in fretta metterebbe in seria difficoltà tutte quelle imprese che si sono finanziate all’estero, comprando debito a prezzi competitivi. Basta pensare alla Petrobras. In fondo, il cambio al timone del colosso energetico nazionale, avvenuto il 13 febbraio scorso con l’entrata di Maria das Gracas Foster, può essere letto anche in questa chiave. Il predecessore di Graça, Sergio Gabrielli, ha aumentato il debito estero del campione nazionale brasiliano per finanziare le ricerche di petrolio nel Pre-sal.

La risposta brasiliana alle mosse delle banche centrali delle economie sviluppate passa per due strumenti: lo IOF sui capitali stranieri in entrata e il tasso SELIC. La sigla IOF sta per Imposte sulle Operazioni Finanziarie. Il primo marzo, il Governo di Planalto ha deciso di estendere l’imposta del 6 per cento ai prestiti dall’estero che hanno una scadenza uguale o inferiore a 3 anni. In precedenza la misura era riservata ai prestiti fino a due anni.

Il tasso SELIC, invece, è il tasso d’interesse di riferimento nel mercato interbancario. Oggi corrisponde al 10,5 per cento, ma sembra che il Comitè di politica monetaria della Banca Centrale brasiliana (Copom) sia propenso ad abbassarlo al 9,75 per cento. L’effetto sperato dovrebbe essere uno stimolo extra alla crescita del Pil, che anche quest’anno potrebbe rallentare.

 Eliano Rossi

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