Se il petrolio diventa una maledizione


Negli ultimi cinque mesi, ben 16 incidenti nei giacimenti Pre-sal hanno minacciato di coprire di petrolio le coste brasiliane. Chevron e Petrobras fanno fatica a contenere i rischi. Dilma Rousseff ha tuonato contro chi non rispetta le regole, ma il peggio potrebbe ancora venire: con lo sviluppo degli oleodotti e il passaggio delle petroliere, le perdite di greggio sono destinate ad aumentare

Pubblicato su The Post Internazionale

A YEMANJÀ TUTTE quelle vibrazioni e la sporcizia sui fondali non devono piacere. La dea del mare del Candomblè brasiliano vive nell’oceano. E’ una donna dai capelli lunghi e neri. Vanitosa e molto permalosa. I credenti la temono. Le offrono fiori, specchi e rossetti per ricevere le sue grazie. Ma da quando a largo della costa il Governo ha scoperto l’oro nero, il suo riposo è sempre disturbato.

Sarà forse per la sua furia che il petrolio del Pre-sal, da manna sta diventando una maledizione. Negli ultimi cinque mesi, 16 perdite di greggio hanno minacciato le coste brasiliane senza mai toccarle; per ora. Ma di questo passo, è solo questione di tempo. Il Governo di Brasilia dovrà porre presto la questione della sicurezza ambientale delle coste. E sarebbe opportuno sollevarla anche al Rio+20, la conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile, del 20 giugno. Prima che diventi ingestibile.

Una lunga serie di incidenti. Maria das Graças Foster, neo-amministratrice delegata di Petrobras, dal suo ufficio al ventitreesimo piano, nel centro di Rio, gode di una vista privilegiata sulla baia di Guanabara. Lo sviluppo dei pozzi nel Pre-sal è stato tra i fattori che ha influito sulla sua nomina alla guida del colosso energetico. Un ingegnere è più funzionale di un economista, come era il suo predecessore Segio Gabrielli, quando bisogna perforare un fondale marino a 7 chilometri di profondità. Ma la ricetta di Graça sta tardando a dare frutti.

L’ultimo incidente porta proprio la firma di Petrobras: una quantità imprecisata di greggio – ha comunicato l’Agenzia Nazionale del Petrolio il 10 aprile – è fuoriuscito da un pozzo del campo Roncador. Come spesso accade in questi casi, i dettagli non si conoscono. Ma di certo non è un episodio isolato. Il 31 marzo, quasi 1.600 litri di combustibile hanno oscurato il mare a 20 chilometri dalla spiaggia di Ponta Negra. Il 13 febbraio, 30 barili di greggio (4.770 litri) si sono riversati nel campo de Barracuda. L’incidente più grave però, è stato quello del 7 novembre 2011. Nel campo de Frade, sotto la responsabilità della compagnia americana Chevron, sono caduti in acqua circa 2.400 barili di petrolio, che hanno tenuto col fiato sospeso il Paese.

 

L’incubo “Golfo del Messico” e la Chevron. Per qualche giorno si è temuto di rivedere le immagini girate nel Golfo del Messico. Era il 2010 quando dalla piattaforma Deepwater Horizon si riversarono in mare, durante 106 giorni, circa 60.000 barili di greggio. Le splendide coste della Luisiana, del Mississipi, dell’Alabama e della Florida furono devastate dal petrolio.

I settori della pesca e del turismo messi in ginocchio. Il costo ambientale inestimabile. Ma per fortuna l’episodio non si è ripetuto. I danni causati in Brasile sono nulla in confronto a quelli fatti da British Petroleum negli Stati Uniti. Comunque, sia la Chevron che la Transocean, proprietaria della piattaforma, oltre a essere multate, hanno rischiato l’estromissione dallo sfruttamento dei giacimenti nel Pre-sal.

Perforare il Pre-sal è difficile. Non si tratta solo di negligenza o di azioni spinte dalla brama di lucro a tutti i costi. Le perforazioni marine, da un punto di vista ingegneristico, sono tra le più rischiose. Quelle nel Pre-sal, poi, complice lo spesso strato di sale che protegge i giacimenti e la profondità del mare, sono particolarmente complicate. A causa delle caratteristiche del fondale, il fattore di corrosione dei materiali è alto. Tanto che, nonostante le multe salate e le minacce di estromissione, lo scorso 17 marzo Chevron ha commesso un altro grosso errore: la Marina brasiliana ha scoperto una macchia d’olio con un estensione di circa un chilometro in mare, a soli tre da dove era avvenuto l’incidente precedente.

Il peggio potrebbe ancora venire. Secondo un studio pubblicato dal quotidiano Folha de Sao Paulo, il numero degli incidenti è destinato a salire con lo sviluppo dei giacimenti. Non solo per l’aumento delle perforazioni, ma soprattutto per gli spostamenti del petrolio e dei suoi derivati nel mare. Oleodotti, petroliere e terminals provocheranno un incremento del numero degli incidenti. Mauricio Canedo, della Fondazione Getulio Vargas, e Marcus D’Ellia, specialista della società di consulenze in logistica Ilos, hanno dichiarato a Folha che c’è una mancanza di coordinazione tra gli attori in campo.

“Serve un’azione di Governo per prevenire gli incidenti, pianificare la prevenzione e prendere decisioni rapide. Oggi è tutto disperso e c’è l’impressione che ogni organo si comporti senza consultare gli altri”. Lo specialista di Ilos suggerisce la creazione di un centro unificato di monitoraggio. In modo che il petrolio torni a essere una benedizione, non una iattura. E che la ragazza di Ipanema, cantata da Tom Jobim negli anni Sessanta, continui a ispirare altre canzoni ai maestri brasiliani, passeggiando sulla spiaggia più famosa di Rio senza il petrolio sotto i piedi. Perchè pensare alla statua del Cristo Redentore, che con le braccia aperte benedice una baia tutta nera, fa male all’immaginario collettivo del mondo intero.

di Eliano Rossi

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