Il Brasile è un Paese ricco, anche di schiavi


Da undici anni l’emendamento costituzionale che inasprisce le pene contro gli schiavisti langue nelle camere del Congresso. Il 22 maggio, il voto favorevole del Parlamento potrebbe portare a una svolta, in un Paese osannato dalla comunità internazionale per i suoi risultati economici, ma che sfrutta ancora il lavoro della sua gente. Nel 2011, sono stati registrati 4935 casi di schiavi liberati.

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 Pubblicato sul The Post Internazionale

C’era una pista d’atterraggio per gli aerei nei 42 mila ettari di terreno della podere di Annibal Zacharias, nel Mato Grosso do Sul, ma non il bagno per i suoi dipendenti. Non certo lavoratori; solo dipendenti, nel senso che dipendevano dalla sua volontà. Non permeata dal sentimento della carità, ne di civiltà, se è vero che gli sfortunati bevevano acqua conservata in taniche di olio lubrificante e si lavavano in una pozzanghera artificiale. Faticavano nei campi, per preparare il terreno destinato all’allevamento intensivo di bestiame. Fin quando, lo scorso aprile, un procuratore federale, la polizia e un funzionario del ministero del Lavoro sono riusciti a liberare dieci di loro. Erano servi nel Brasile del boom. Nonostante la schiavitù sia stata abolita dalla legge Aurea il 13 maggio 1888.

Nel 2011, la Commissione Pastorale della Terra ha contato 4935 casi di lavoratori costretti alla schiavitù. Senza diritti, senza libertà e soprattutto senza dignità. Tutto rubato da imprenditori ciechi, che pur di portare a casa il profitto non si fanno scrupoli a ridurre un uomo in uno schiavo. Perciò, il voto espresso dal Parlamento brasiliano martedì 22 maggio, potrebbe essere storico se si ripetesse anche al Senato. L’oggetto della discussione ha un nome tecnico: il PEC 438 (Progetto di Emendamento Costituzionale). Tutti, però, lo conoscono come l’opportunità di abolire per la seconda volta la schiavitù in Brasile. L’emendamento stabilisce il diritto, da parte dello Stato, di espropriare le proprietà rurali e urbane nelle quali viene praticata la schiavitù, senza diritto all’indennizzo. Le terre confiscate verranno destinate alla riforma agraria e alle costruzioni con fini sociali. 

Il provvedimento era stato presentato nel 2001, ma languiva nei vorticosi corridoi del Congresso dal 2004, dopo che la Camera dei deputati l’aveva approvato nel primo turno di votazioni (trattandosi di una modifica costituzionale, l’iter per l’approvazione è aggravato da due turni che prevedono l’approvazione dello stesso testo sia in Parlamento che al Senato). Il clamoroso ritardo si spiega con la sciagurata convergenza di interessi politici ed economici che spesso si intrecciano fra la politica e l’imprenditoria rurale, che in Brasile costituisce una lobby di interessi molto forte. Un caso emblematico è quello del senatore João Batista de Jesus Ribeiro, accusato di sottomettere alcuni lavoratori al regime di schiavitù nella sua fazenda a Piçarra, nello stato del Paranà. Il Supremo Tribunale Federale ha ammesso un procedimento giuridico nei suoi confronti lo scorso Febbraio, dopo che la Procura generale della Repubblica ha raccolto prove sufficienti per incriminarlo.

Edoardo Girardi, vice-coordinatore del Nucleo di Studi, Ricerche e Progetti della Riforma Agraria (NERA) della Unesp, ha dichiarato al settimanale Carta Capital che “molti lavoratori delle regioni povere del Paese vengono attratti dal lavoro nei campi, con la prospettiva di ricevere un lavoro che gli consenta di uscire dalla miseria. Vengono portati nelle fazendas (appezzamenti di terra di grandi dimensioni) in regioni remote e costretti a lavorare in condizioni pietose, sorvegliati da vigilanti armati. Le giornate lavorative durano dodici ore e i lavoratori non hanno la libertà di andare e tornare dal campo. In generale – continua Girardi – la schiavitù viene usata nei campi o dove è necessario un grande sforzo fisico, come le zone in via di disboscamento e le miniere di carbone”.

La legge sul lavoro in vigore punisce già chi pratica lo schiavismo, ma le pene previste sono molto blande, tanto che spesso conviene pagare le sanzioni piuttosto che trattare in maniera umana i lavoratori. E’ prevista una multa per ogni schiavo, il pagamento arretrato del salario, il carico del viaggio di ritorno per il lavoratore nella città d’origine. Nei casi più gravi, la legge prevede anche sanzioni penali, che vanno da uno a otto anni di carcere, ma raramente le imprese vengono punite severamente. Durante i processi, i datori di lavoro riescono quasi sempre a dimostrare di aver lasciato uno spazio di “ libertà” alle vittime e i giudici non possono riconoscere il reato di schiavitù, ma solo un super-sfruttamento del lavoro. Un controsenso per un Paese che da nove anni è governato dal PT, Partido dos Trabalhadores. Il partito dei lavoratori, appunto. Che però potrebbe riuscire nell’impresa di abolire, per la seconda volta, la schiavitù in Brasile.

Eliano Rossi

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