La donna che convinse Lula a “curare” le favelas


Rocinha è il più grande slum del Sud America e ha il maggior indice di tubercolosi di tutto il Brasile. Di recente un intero quartiere è stato ricostruito da capo: strade larghe e pulite. Luce e vento al posto di muffa e umidità. Così comincia la lotta alla malattia

Foto e Testo di Eliano Rossi  (c)

Pubblicato su The Post Internazionale

 

“PRIMA ERA TUTTO COSÌ”, racconta un ragazzo entrando in uno dei tanti “becos” di Rocinha, a Rio de Janeiro. Vene di cemento nelle quali pulsa il sangue della favela. Cunicoli scuri, orfani del sole, con le pareti fradice di umidità. Se allarghi le braccia non riesci a stenderle; Passa solo una persona alla volta. Mentre cammini devi fare attenzione: guarda avanti per vedere chi viene. Guarda in basso per vedere dove metti i piedi. Guarda a lato per non bagnarti. Ogni tanto arriva una vampata maleodorante: non tutta la favela è coperta dalla rete fognaria. Ti tappi il naso e continui a camminare. Prima era tutto, solo, così.

Se vivi in quelle condizioni puoi prendere la tubercolosi. E infatti Rocinha, la favela più grande del Sud America, con oltre 160 mila abitanti (si tratta di una stima, non esistono cifre esatte) ha un triste primato: è l’area con la maggior incidenza di tubercolosi del Brasile. La media nazionale è di 43 casi per 100 mila abitanti (secondo i dati della World Bank che si riferiscono al 2010). Nella favela carioca si arriva a 300.

Il bacillo di Koch adora i “becos”. Prolifera a causa dell’assenza delle condizioni minime di vivibilità: l’aria e la luce. Si propaga quando le persone contagiate tossiscono, espirano, parlano o cantano. Basterebbe poco per ucciderlo: aria pulita, luce naturale e condizioni igieniche accettabili. Ma anche il minimo, in certi contesti, è troppo. Le favelas sono comunità cresciute nel disordine. Frutto di “invasioni”, per dirla con il linguaggio ufficiale. “Necessità”, nella lingua del popolo. Senza piani regolatori, senza architetti, senza ingegneri. Senza criterio. Un mattone dietro l’altro, fin quando c’era spazio. Poi uno sopra l’altro. E così via.

 

A riposo, seduta sull’uscio di una casa nella Rua 3, c’è Rita Smith. Pelle scura e occhi sereni. Capelli corti e ricci, con una punta di bianco qua e là. Ha 49 anni ed è nata a Rocinha. È tra le eroine della comunità. Lei la tubercolosi l’ha già sconfitta. Sua madre non c’è riuscita. Da anni fa l’ “agente de saude” (una sorta di assistente sociale con delega alla salute) e si dedica a insegnare alle persone a difendersi dal bacillo. Le spinge a farsi visitare. Gli dà sostegno psicologico per portare a termine il trattamento.

“A Rocinha abbiamo 30-40 casi di tubercolosi ogni mese, durante tutto l’anno”, racconta Rita. “L’80 per cento delle persone della comunità ha avuto contatto con qualche contagiato. Puoi immaginare cosa significa”, dice. “E questa piaga si deve alle condizioni di vita. A causa della geografia stessa della favela, le persone rimangono con le porte e le finestre chiuse durante tutto il giorno. La luce elettrica accesa 24 ore. Il sole e il vento non entrano mai dentro le case”.

 

La tubercolosi si può curare, ma a Rocinha gli ostacoli sono tanti. Il trattamento dura sei mesi. Molti non lo finiscono. Altri neanche lo cominciano. C’è bisogno di riposo assoluto per battere la tubercolosi. E nella favela non puoi permetterti di rimanere senza lavoro per tutto quel tempo. Specie se hai un mestiere informale. In quel caso non c’è un piano di assistenza economica. Come se non bastasse, ci si mette pure la modalità d’azione del batterio: “Fin quando non diventa attivo, e quindi contagioso, è difficile capire se si è infetti. E poi molti confondono i sintomi, tosse cronica e febbre, con la pneumonia”, spiega Rita.

Ma lei, oltre al suo lavoro quotidiano, ha già fatto qualcosa di straordinario per la favela. Sussurrando le parole giuste alla persona giusta, ha portato alla trasformazione architettonica di un intero sub-quartiere della comunità. “Era il 2008 e a Rocinha arrivò il presidente Lula per inaugurare i primi lavori del PAC, il Programma di Accelerazione della Crescita. Io ero tra le persone scelte per mostrare al presidente le criticità della favela. Lui sapeva tutto ed era sconcertato dall’incidenza della tubercolosi nella nostra area”.

Rita l’ha portato nella Rua 4, la strada dove è nata e dove l’ampiezza dei cunicoli variava tra i 60 e gli 80 centimetri. Gli ha spiegato la relazione tra la tubercolosi e l’architettura della favela. Lui, il presidente, commosso le disse: “Tranquilla, farò qualcosa per voi”.

 

“Pensavo fosse la classica promessa da politico”, confessa Rita. “Credevo che non sarebbe cambiato nulla”. E invece, poche settimane dopo, arrivarono gli ingegneri e gli architetti. Prepararono un piano per la Rua 4, che non era inclusa nel programma originale del PAC. In poco tempo e non senza problemi, hanno smantellato il quartiere e l’anno ricostruito da capo. Strade larghe 5 metri, case nuove. Colori sgargianti. Finestre al sole.

Oggi la Rua 4 è diventata il prototipo della favela moderna. I mezzi di trasporto passano dove prima non c’era spazio per due persone di fianco. Cartelli appesi sulle pareti degli edifici invitano la popolazione ad andare all’ospedale se tossiscono per più di tre settimane. Non ci sono i fili della corrente penzoloni e, soprattutto, la strada è pulita. La spazzatura è più facile da raccogliere. Un segnale della favela in transizione. È ancora poco, chiaro. Ma è un ottimo inizio.

di Eliano Rossi (c)

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