La donna che convinse Lula a “curare” le favelas


Rocinha è il più grande slum del Sud America e ha il maggior indice di tubercolosi di tutto il Brasile. Di recente un intero quartiere è stato ricostruito da capo: strade larghe e pulite. Luce e vento al posto di muffa e umidità. Così comincia la lotta alla malattia

Foto e Testo di Eliano Rossi  (c)

Pubblicato su The Post Internazionale

 

“PRIMA ERA TUTTO COSÌ”, racconta un ragazzo entrando in uno dei tanti “becos” di Rocinha, a Rio de Janeiro. Vene di cemento nelle quali pulsa il sangue della favela. Cunicoli scuri, orfani del sole, con le pareti fradice di umidità. Se allarghi le braccia non riesci a stenderle; Passa solo una persona alla volta. Mentre cammini devi fare attenzione: guarda avanti per vedere chi viene. Guarda in basso per vedere dove metti i piedi. Guarda a lato per non bagnarti. Ogni tanto arriva una vampata maleodorante: non tutta la favela è coperta dalla rete fognaria. Ti tappi il naso e continui a camminare. Prima era tutto, solo, così.

Se vivi in quelle condizioni puoi prendere la tubercolosi. E infatti Rocinha, la favela più grande del Sud America, con oltre 160 mila abitanti (si tratta di una stima, non esistono cifre esatte) ha un triste primato: è l’area con la maggior incidenza di tubercolosi del Brasile. La media nazionale è di 43 casi per 100 mila abitanti (secondo i dati della World Bank che si riferiscono al 2010). Nella favela carioca si arriva a 300.

Il bacillo di Koch adora i “becos”. Prolifera a causa dell’assenza delle condizioni minime di vivibilità: l’aria e la luce. Si propaga quando le persone contagiate tossiscono, espirano, parlano o cantano. Basterebbe poco per ucciderlo: aria pulita, luce naturale e condizioni igieniche accettabili. Ma anche il minimo, in certi contesti, è troppo. Le favelas sono comunità cresciute nel disordine. Frutto di “invasioni”, per dirla con il linguaggio ufficiale. “Necessità”, nella lingua del popolo. Senza piani regolatori, senza architetti, senza ingegneri. Senza criterio. Un mattone dietro l’altro, fin quando c’era spazio. Poi uno sopra l’altro. E così via.

 

A riposo, seduta sull’uscio di una casa nella Rua 3, c’è Rita Smith. Pelle scura e occhi sereni. Capelli corti e ricci, con una punta di bianco qua e là. Ha 49 anni ed è nata a Rocinha. È tra le eroine della comunità. Lei la tubercolosi l’ha già sconfitta. Sua madre non c’è riuscita. Da anni fa l’ “agente de saude” (una sorta di assistente sociale con delega alla salute) e si dedica a insegnare alle persone a difendersi dal bacillo. Le spinge a farsi visitare. Gli dà sostegno psicologico per portare a termine il trattamento.

“A Rocinha abbiamo 30-40 casi di tubercolosi ogni mese, durante tutto l’anno”, racconta Rita. “L’80 per cento delle persone della comunità ha avuto contatto con qualche contagiato. Puoi immaginare cosa significa”, dice. “E questa piaga si deve alle condizioni di vita. A causa della geografia stessa della favela, le persone rimangono con le porte e le finestre chiuse durante tutto il giorno. La luce elettrica accesa 24 ore. Il sole e il vento non entrano mai dentro le case”.

 

La tubercolosi si può curare, ma a Rocinha gli ostacoli sono tanti. Il trattamento dura sei mesi. Molti non lo finiscono. Altri neanche lo cominciano. C’è bisogno di riposo assoluto per battere la tubercolosi. E nella favela non puoi permetterti di rimanere senza lavoro per tutto quel tempo. Specie se hai un mestiere informale. In quel caso non c’è un piano di assistenza economica. Come se non bastasse, ci si mette pure la modalità d’azione del batterio: “Fin quando non diventa attivo, e quindi contagioso, è difficile capire se si è infetti. E poi molti confondono i sintomi, tosse cronica e febbre, con la pneumonia”, spiega Rita.

Ma lei, oltre al suo lavoro quotidiano, ha già fatto qualcosa di straordinario per la favela. Sussurrando le parole giuste alla persona giusta, ha portato alla trasformazione architettonica di un intero sub-quartiere della comunità. “Era il 2008 e a Rocinha arrivò il presidente Lula per inaugurare i primi lavori del PAC, il Programma di Accelerazione della Crescita. Io ero tra le persone scelte per mostrare al presidente le criticità della favela. Lui sapeva tutto ed era sconcertato dall’incidenza della tubercolosi nella nostra area”.

Rita l’ha portato nella Rua 4, la strada dove è nata e dove l’ampiezza dei cunicoli variava tra i 60 e gli 80 centimetri. Gli ha spiegato la relazione tra la tubercolosi e l’architettura della favela. Lui, il presidente, commosso le disse: “Tranquilla, farò qualcosa per voi”.

 

“Pensavo fosse la classica promessa da politico”, confessa Rita. “Credevo che non sarebbe cambiato nulla”. E invece, poche settimane dopo, arrivarono gli ingegneri e gli architetti. Prepararono un piano per la Rua 4, che non era inclusa nel programma originale del PAC. In poco tempo e non senza problemi, hanno smantellato il quartiere e l’anno ricostruito da capo. Strade larghe 5 metri, case nuove. Colori sgargianti. Finestre al sole.

Oggi la Rua 4 è diventata il prototipo della favela moderna. I mezzi di trasporto passano dove prima non c’era spazio per due persone di fianco. Cartelli appesi sulle pareti degli edifici invitano la popolazione ad andare all’ospedale se tossiscono per più di tre settimane. Non ci sono i fili della corrente penzoloni e, soprattutto, la strada è pulita. La spazzatura è più facile da raccogliere. Un segnale della favela in transizione. È ancora poco, chiaro. Ma è un ottimo inizio.

di Eliano Rossi (c)

E se la prossima bolla immobiliare fosse in Brasile?


Alcuni esperti la vedono già, per altri non esiste. Gli uomini d’affari sembrano non preoccuparsene, ma le giovani coppie e le famiglie non si fidano e aspettano periodi più sicuri. Nel “Paese del futuro” comprare casa è diventato un gioco d’azzardo. E c’è timore per come sarà il gigante verde oro dopo le olimpiadi del 2016

Pubblicato sul The Post Internazionale

“VOGLIAMO SPOSARCI l’anno prossimo, ma prima dobbiamo comprare casa”, raccontano Nanda e Marcos, freschi trentenni di Salvador de Bahia. Hanno voglia di costruirsi un futuro insieme. Il lavoro non manca e qualche risparmio in banca c’è già.

“Ma il problema è trovarne una a buon prezzo – sospira Nanda – perché a meno di 200 mila Reais (quasi 80 mila Euro) non si trova nulla di decente”. La situazione di Bruna è diversa. Carioca di 29 anni, vive con i genitori. Anche lei vorrebbe comprarsi una casa, “ma mi dicono tutti di aspettare. Forse dopo le Olimpiadi i prezzi scenderanno”.

Negli ultimi due anni il valore degli appartamenti in Brasile è schizzato alle stelle. Solo nel 2011 il mercato immobiliare è cresciuto del 4,8 per cento (11,6 nel 2010). Ma il 2012 sembra aver invertito la rotta. In molte zone del Paese la crescita sta rallentando. In altre si registrano i primi cali dei prezzi.

“È tutto fermo. Piatto. Non si compra e non si vende. Funzionano sono gli affitti”, commenta amareggiato Seu Lima, proprietario di un’agenzia immobiliare nella zona sud di Rio de Janeiro. “Siamo in una fase di stallo perché la gente deve abituarsi ai nuovi prezzi”, dice.

Più della disabitudine, è il timore di una bolla immobiliare a frenare gli acquisti dei brasiliani. Da tempo non si vedevano prezzi così alti e tante gru al lavoro. Nei primi sei mesi del 2012, a San Paolo, la vendita di appartamenti con quattro stanze letto ha fatto registrare una brusca frenata.

Secondo i dati di Secovi, la principale associazione che riunisce i costruttori del Paese, dall’inizio dell’anno le vendite di immobili nella capitale paulista sono state 11.981. Il 52 per cento di queste hanno interessato appartamenti “dormitorio” di due stanze. Con questo scenario economico le persone preferiscono acquistare proprietà più piccole. Costano meno e si vendono più facilmente in caso di crisi.

“La forte valorizzazione degli immobili non significa per forza bolla immobiliare”, aveva rassicurato lo scorso maggio in una conferenza Paulo Picchetti, ricercatore all’Istituto Brasiliano di Economia della Fondazione Getúlio Vargas.

“Il Brasile sta vivendo una trasformazione strutturale, basata sulla crescita dei risparmi della popolazione, la stabilità del lavoro e la manutenzione del livello di inadempienze bancarie. Inoltre il deficit di abitazioni del Paese e i prossimi eventi sportivi potranno sostenere ancora la crescita”.

Nella foto i lavori di ristrutturazione nello stadio Mané Garrincha di Brasilia in vista dei campionati mondiali di calcio nel 2014.

 

Samy Dana, anche lui professore di economia della Fondazione Getúlio Vargas, non la pensa come il suo collega. Per lui la bolla immobiliare non è uno spettro. È già realtà. “In questo momento, il ritorno economico che danno gli immobili è molto inferiore al grado di rischio” aveva dichiarato alla rivista Exame.

“I prezzi non possono salire all’infinito perché esiste un livello in cui diventano insostenibili. Che il mercato brasiliano abbia vissuto una stagnazione negli ultimi vent’anni e che esista un deficit di case, è vero. Ma non perché ci sia scarsità di cibo i prezzi dei beni alimentari salgono all’infinito”.

Prezzi che risultano ancora convenienti per europei e americani benestanti. L’offerta è notevole e tagliata su misura. Imprese edili internazionali costruiscono condomini di lusso davanti alle spiagge da sogno del nordest. Soprattutto nella zona di Natal, nel Rio Grande do Norte. Promettono belle case con rendimenti del 10 per cento l’anno. L’exit plan di soli 4 o 5 anni.

Cavalcano l’onda lunga del boom dell’economia brasiliana e della pubblicità che la coppa del mondo 2014 sta offrendo al Paese. Ce n’è per tutte le esigenze: case da 300 a 900 metri quadrati. Volendo si può investire anche solo sul terreno, senza casa. E per chi è interessato alla speculazione, ci sono diversi fondi che assicurano rendimenti interessanti a cinque anni, con la possibilità di uscirne prima pagando una “facilitation fee”.

Sam Zell, uno degli investitori più influenti nel mercato immobiliare dei Paesi emergenti, non sembra così preoccupato di come si stanno mettendo le cose in Brasile. “Se la bolla c’è si sgonfierà lentamente”, ha dichiarato il property baron al quotidiano Estadao.

“Il problema non è il rallentamento del mercato. La questione è se il Brasile è ancora un Paese attraente o no. Per me lo è. Il perché è semplice: ha un grande potenziale. Gli investitori ora sono solo un po’ più cauti”.

di Eliano Rossi

Il Brasile è un Paese ricco, anche di schiavi


Da undici anni l’emendamento costituzionale che inasprisce le pene contro gli schiavisti langue nelle camere del Congresso. Il 22 maggio, il voto favorevole del Parlamento potrebbe portare a una svolta, in un Paese osannato dalla comunità internazionale per i suoi risultati economici, ma che sfrutta ancora il lavoro della sua gente. Nel 2011, sono stati registrati 4935 casi di schiavi liberati.

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 Pubblicato sul The Post Internazionale

C’era una pista d’atterraggio per gli aerei nei 42 mila ettari di terreno della podere di Annibal Zacharias, nel Mato Grosso do Sul, ma non il bagno per i suoi dipendenti. Non certo lavoratori; solo dipendenti, nel senso che dipendevano dalla sua volontà. Non permeata dal sentimento della carità, ne di civiltà, se è vero che gli sfortunati bevevano acqua conservata in taniche di olio lubrificante e si lavavano in una pozzanghera artificiale. Faticavano nei campi, per preparare il terreno destinato all’allevamento intensivo di bestiame. Fin quando, lo scorso aprile, un procuratore federale, la polizia e un funzionario del ministero del Lavoro sono riusciti a liberare dieci di loro. Erano servi nel Brasile del boom. Nonostante la schiavitù sia stata abolita dalla legge Aurea il 13 maggio 1888.

Nel 2011, la Commissione Pastorale della Terra ha contato 4935 casi di lavoratori costretti alla schiavitù. Senza diritti, senza libertà e soprattutto senza dignità. Tutto rubato da imprenditori ciechi, che pur di portare a casa il profitto non si fanno scrupoli a ridurre un uomo in uno schiavo. Perciò, il voto espresso dal Parlamento brasiliano martedì 22 maggio, potrebbe essere storico se si ripetesse anche al Senato. L’oggetto della discussione ha un nome tecnico: il PEC 438 (Progetto di Emendamento Costituzionale). Tutti, però, lo conoscono come l’opportunità di abolire per la seconda volta la schiavitù in Brasile. L’emendamento stabilisce il diritto, da parte dello Stato, di espropriare le proprietà rurali e urbane nelle quali viene praticata la schiavitù, senza diritto all’indennizzo. Le terre confiscate verranno destinate alla riforma agraria e alle costruzioni con fini sociali. 

Il provvedimento era stato presentato nel 2001, ma languiva nei vorticosi corridoi del Congresso dal 2004, dopo che la Camera dei deputati l’aveva approvato nel primo turno di votazioni (trattandosi di una modifica costituzionale, l’iter per l’approvazione è aggravato da due turni che prevedono l’approvazione dello stesso testo sia in Parlamento che al Senato). Il clamoroso ritardo si spiega con la sciagurata convergenza di interessi politici ed economici che spesso si intrecciano fra la politica e l’imprenditoria rurale, che in Brasile costituisce una lobby di interessi molto forte. Un caso emblematico è quello del senatore João Batista de Jesus Ribeiro, accusato di sottomettere alcuni lavoratori al regime di schiavitù nella sua fazenda a Piçarra, nello stato del Paranà. Il Supremo Tribunale Federale ha ammesso un procedimento giuridico nei suoi confronti lo scorso Febbraio, dopo che la Procura generale della Repubblica ha raccolto prove sufficienti per incriminarlo.

Edoardo Girardi, vice-coordinatore del Nucleo di Studi, Ricerche e Progetti della Riforma Agraria (NERA) della Unesp, ha dichiarato al settimanale Carta Capital che “molti lavoratori delle regioni povere del Paese vengono attratti dal lavoro nei campi, con la prospettiva di ricevere un lavoro che gli consenta di uscire dalla miseria. Vengono portati nelle fazendas (appezzamenti di terra di grandi dimensioni) in regioni remote e costretti a lavorare in condizioni pietose, sorvegliati da vigilanti armati. Le giornate lavorative durano dodici ore e i lavoratori non hanno la libertà di andare e tornare dal campo. In generale – continua Girardi – la schiavitù viene usata nei campi o dove è necessario un grande sforzo fisico, come le zone in via di disboscamento e le miniere di carbone”.

La legge sul lavoro in vigore punisce già chi pratica lo schiavismo, ma le pene previste sono molto blande, tanto che spesso conviene pagare le sanzioni piuttosto che trattare in maniera umana i lavoratori. E’ prevista una multa per ogni schiavo, il pagamento arretrato del salario, il carico del viaggio di ritorno per il lavoratore nella città d’origine. Nei casi più gravi, la legge prevede anche sanzioni penali, che vanno da uno a otto anni di carcere, ma raramente le imprese vengono punite severamente. Durante i processi, i datori di lavoro riescono quasi sempre a dimostrare di aver lasciato uno spazio di “ libertà” alle vittime e i giudici non possono riconoscere il reato di schiavitù, ma solo un super-sfruttamento del lavoro. Un controsenso per un Paese che da nove anni è governato dal PT, Partido dos Trabalhadores. Il partito dei lavoratori, appunto. Che però potrebbe riuscire nell’impresa di abolire, per la seconda volta, la schiavitù in Brasile.

Eliano Rossi

Se il petrolio diventa una maledizione


Negli ultimi cinque mesi, ben 16 incidenti nei giacimenti Pre-sal hanno minacciato di coprire di petrolio le coste brasiliane. Chevron e Petrobras fanno fatica a contenere i rischi. Dilma Rousseff ha tuonato contro chi non rispetta le regole, ma il peggio potrebbe ancora venire: con lo sviluppo degli oleodotti e il passaggio delle petroliere, le perdite di greggio sono destinate ad aumentare

Pubblicato su The Post Internazionale

A YEMANJÀ TUTTE quelle vibrazioni e la sporcizia sui fondali non devono piacere. La dea del mare del Candomblè brasiliano vive nell’oceano. E’ una donna dai capelli lunghi e neri. Vanitosa e molto permalosa. I credenti la temono. Le offrono fiori, specchi e rossetti per ricevere le sue grazie. Ma da quando a largo della costa il Governo ha scoperto l’oro nero, il suo riposo è sempre disturbato.

Sarà forse per la sua furia che il petrolio del Pre-sal, da manna sta diventando una maledizione. Negli ultimi cinque mesi, 16 perdite di greggio hanno minacciato le coste brasiliane senza mai toccarle; per ora. Ma di questo passo, è solo questione di tempo. Il Governo di Brasilia dovrà porre presto la questione della sicurezza ambientale delle coste. E sarebbe opportuno sollevarla anche al Rio+20, la conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile, del 20 giugno. Prima che diventi ingestibile.

Una lunga serie di incidenti. Maria das Graças Foster, neo-amministratrice delegata di Petrobras, dal suo ufficio al ventitreesimo piano, nel centro di Rio, gode di una vista privilegiata sulla baia di Guanabara. Lo sviluppo dei pozzi nel Pre-sal è stato tra i fattori che ha influito sulla sua nomina alla guida del colosso energetico. Un ingegnere è più funzionale di un economista, come era il suo predecessore Segio Gabrielli, quando bisogna perforare un fondale marino a 7 chilometri di profondità. Ma la ricetta di Graça sta tardando a dare frutti.

L’ultimo incidente porta proprio la firma di Petrobras: una quantità imprecisata di greggio – ha comunicato l’Agenzia Nazionale del Petrolio il 10 aprile – è fuoriuscito da un pozzo del campo Roncador. Come spesso accade in questi casi, i dettagli non si conoscono. Ma di certo non è un episodio isolato. Il 31 marzo, quasi 1.600 litri di combustibile hanno oscurato il mare a 20 chilometri dalla spiaggia di Ponta Negra. Il 13 febbraio, 30 barili di greggio (4.770 litri) si sono riversati nel campo de Barracuda. L’incidente più grave però, è stato quello del 7 novembre 2011. Nel campo de Frade, sotto la responsabilità della compagnia americana Chevron, sono caduti in acqua circa 2.400 barili di petrolio, che hanno tenuto col fiato sospeso il Paese.

 

L’incubo “Golfo del Messico” e la Chevron. Per qualche giorno si è temuto di rivedere le immagini girate nel Golfo del Messico. Era il 2010 quando dalla piattaforma Deepwater Horizon si riversarono in mare, durante 106 giorni, circa 60.000 barili di greggio. Le splendide coste della Luisiana, del Mississipi, dell’Alabama e della Florida furono devastate dal petrolio.

I settori della pesca e del turismo messi in ginocchio. Il costo ambientale inestimabile. Ma per fortuna l’episodio non si è ripetuto. I danni causati in Brasile sono nulla in confronto a quelli fatti da British Petroleum negli Stati Uniti. Comunque, sia la Chevron che la Transocean, proprietaria della piattaforma, oltre a essere multate, hanno rischiato l’estromissione dallo sfruttamento dei giacimenti nel Pre-sal.

Perforare il Pre-sal è difficile. Non si tratta solo di negligenza o di azioni spinte dalla brama di lucro a tutti i costi. Le perforazioni marine, da un punto di vista ingegneristico, sono tra le più rischiose. Quelle nel Pre-sal, poi, complice lo spesso strato di sale che protegge i giacimenti e la profondità del mare, sono particolarmente complicate. A causa delle caratteristiche del fondale, il fattore di corrosione dei materiali è alto. Tanto che, nonostante le multe salate e le minacce di estromissione, lo scorso 17 marzo Chevron ha commesso un altro grosso errore: la Marina brasiliana ha scoperto una macchia d’olio con un estensione di circa un chilometro in mare, a soli tre da dove era avvenuto l’incidente precedente.

Il peggio potrebbe ancora venire. Secondo un studio pubblicato dal quotidiano Folha de Sao Paulo, il numero degli incidenti è destinato a salire con lo sviluppo dei giacimenti. Non solo per l’aumento delle perforazioni, ma soprattutto per gli spostamenti del petrolio e dei suoi derivati nel mare. Oleodotti, petroliere e terminals provocheranno un incremento del numero degli incidenti. Mauricio Canedo, della Fondazione Getulio Vargas, e Marcus D’Ellia, specialista della società di consulenze in logistica Ilos, hanno dichiarato a Folha che c’è una mancanza di coordinazione tra gli attori in campo.

“Serve un’azione di Governo per prevenire gli incidenti, pianificare la prevenzione e prendere decisioni rapide. Oggi è tutto disperso e c’è l’impressione che ogni organo si comporti senza consultare gli altri”. Lo specialista di Ilos suggerisce la creazione di un centro unificato di monitoraggio. In modo che il petrolio torni a essere una benedizione, non una iattura. E che la ragazza di Ipanema, cantata da Tom Jobim negli anni Sessanta, continui a ispirare altre canzoni ai maestri brasiliani, passeggiando sulla spiaggia più famosa di Rio senza il petrolio sotto i piedi. Perchè pensare alla statua del Cristo Redentore, che con le braccia aperte benedice una baia tutta nera, fa male all’immaginario collettivo del mondo intero.

di Eliano Rossi

La Foxconn comincia a produrre I Pad in Brasile


Ci siamo, finalmente anche i brasiliani potranno comprare I Pad senza svenarsi. E’ cominciata la produzione dei primi I Pad 2 in Brasile. Lo conferma il quotidiano ‘O Globo’.

La fabbricazione dei tablets ‘made in Brazil’ e’ stata avviata all’inizio di aprile dall’azienda cinese Foxconn a Jundiai’, città a 58 km da San Paolo, che proprio in questi giorni ha intitolato una strada a Steve Jobs.

Il montaggio degli apparecchi (per ora limitati alla seconda versione e con soli 16GB) e’ cominciato dopo che la Foxconn, in marzo, ha assunto 1.100 nuovi operai, sottoposti a un precedente periodo di addestramento. La stessa fabbrica produce  anche gli iPhone 4.

Fonti della multinazionale asiatica hanno reso noto che i prezzi per il mercato brasiliano saranno inferiori a quelli del sito ufficiale Apple.

Il dilemma di Dilma: proteggere o riformare l’industria brasiliana?


Nonostante l’economia brasiliana sia diventata da poco la sesta più grande del mondo, il governo Rousseff è preoccupato dagli effetti della guerra delle valute. La produzione industriale del Brasile rallenta in molti settori, soprattutto quello automobilistico. Il Presidente Dilma e il ministro dell’Economia Guido Mantega, stanno preparando la controffensiva che dovrebbe rilanciare la locomotiva sudamericana.

Pubblicato sul The Post Internazionale

È stata definita la “gallina brasiliana”. Non per le uova d’oro, ma per la velocità con cui torna a terra dopo aver volato. L’economia del Brasile rallenta, frenata dalla mancanza di competitività della sua produzione industriale. Dopo la visita alla fiera della tecnologia di Hannover in Germania, Dilma Rousseff ha lanciato un j’accuse contro la politica monetaria europea: “I Paesi sviluppati sono i difensori del libero commercio, ma praticano politiche protezionistiche feroci”, ha dichiarato in un’intervista esclusiva al giornalista Luis Nassif. Dalle parole del Presidente traspare un certo nervosismo. I dati macroeconomici del Brasile non fanno più stropicciare gli occhi. Anzi, preoccupano. Secondo l’IBGE, l’istituto di statistica nazionale brasiliano, a gennaio la produzione industriale è caduta del 2,1 per cento. I posti di lavoro nei settori collegati sono diminuiti dello 0,3 per cento. E senza misure rapide la situazione peggiorerà.

Bce e Fed vs Real

Secondo Dilma tutto ciò è causa delle operazioni di quantitative easing fatte dalle banche centrali dei Paesi sviluppati. Gli Stati Uniti prima, e più di recente l’Europa, hanno inondato il mercato finanziario di liquidità a basso costo per evitare il credit crunch da parte delle banche. Missione riuscita nel caso degli Stati Uniti e in via di soluzione in Europa ma, secondo Dilma, a spese di Paesi come il Brasile: “il quantitative easing è una forma artificiale di svalutazione delle monete non regolata dal World Trade Organization. Il Brasile prenderà misure istituzionali per evitare la cannibalizzazione del suo mercato interno”, ha dichiarato Dilma a Luis Nassif. Le sue parole si riferiscono al surriscaldamento del Real, la valuta brasiliana. Il rapido apprezzamento degli ultimi anni ha fatto salire i costi di produzione dell’industria locale, rendendo i prodotti made in Brazil poco competitivi. “Nessuno potrà venire da me e lamentarsi se il Brasile si difenderà”, ha detto Dilma.

Protezionismo o riforme?

Il calo della produzione industriale di gennaio è dovuto, in gran parte, al crollo del settore automobilistico che ha registrato una riduzione del 30,7 per cento. Le case automobilistiche che producono in Brasile hanno dovuto fare i conti con l’aumento delle importazioni di veicoli dall’Asia e dal Messico. E proprio il Messico è stato la prima vittima della controffensiva brasiliana alla guerra delle valute. Tra i due Paesi vige, dal 2002, un trattato di accesso preferenziale al mercato delle automobili. Un accordo che ha portato investimenti e vantaggi a entrambi i Paesi. Soprattutto al Brasile, che per anni ha fatto registrare un surplus nella compravendita di beni dal Messico. Ma nel 2011 il valore dell’export delle automobili dal Paese centroamericano ha toccato i 2,4 miliardi di dollari a fronte degli 1,4 miliardi del 2010. Un aumento troppo significativo. Per questo il Brasile ha chiesto al Messico, minacciandone la cancellazione, di sospendere il trattato di accesso preferenziale per tre anni, stabilendo un tetto all’export di 1,7 miliardi di dollari.

La controffensiva monetaria

La protezione dell’industria nazionale passa per il contenimento del valore del Real. L’auspicio del ministro dell’Economia, Guido Mantega, è mantenere il cambio Real-Dollaro tra 1,70 e 1,80. A questo proposito il 12 marzo, il Governo di Planalto ha annunciato l’estensione da tre a cinque anni dell’incidenza dell’IOF, l’imposta sulle operazioni finanziarie, con l’obbiettivo di contenere l’entrata di capitali con scadenza breve che surriscaldano la valuta. Per stimolare l’economia, invece, il Copom (comitè di politica monetaria della banca centrale brasiliana) ha abbassato il tasso d’interesse di riferimento del mercato interbancario (SELIC), dal 10,5 per cento al 9,75. Ma il dilemma di Dilma rimane lo stesso: fare riforme per aumentare la competitività dell’industria nazionale, o favorirla attraverso misure protezionistiche? L’unica certezza è che, qualunque sia la strada che sceglierà di intraprendere, nessuno potrà andare da lei a lamentarsi.

 Eliano Rossi