Brasile: la stanchezza del lulismo dopo 10 anni di governo


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Un’occasione per celebrare i dieci anni di governo. Per decantare i successi miracolosi. Per tracciare la nuova rotta del “Paese del Futuro”. Durante il meeting del PT (Partito dei Lavoratori) a San Paolo il 20 febbraio, davanti a una folla festante di sostenitori e bandiere spiegate, Lula e la presidente Dilma hanno benedetto il lulismo e lanciato la sfida verso le elezioni del 2014 usando lo slogan preso in prestito dal discorso di Gettysburg di Abramo Lincoln: “un governo del popolo, al popolo, per il popolo”.

Ma l’affetto e la carica emotiva suscitati dall’uso massiccio di propaganda e dalla continua sottolineatura dei risultati ottenuti, stridono con l’impasse economica che affligge la locomotiva sudamericana. La crescita del Pil si è fermata e l’inflazione è tornata a mordere i portafogli dei brasiliani. E un dubbio comincia ad insinuarsi nella coscienza nazionale: dopo che gli anni di governo saranno diventati 12, verrà il momento per il PT di cedere il passo. Continua a leggere

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Consigli per gli acquisti: “Brasile la grande transizione”


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Lo chiamano il ‘Paese del futuro‘ dal 1941, anno in cui lo scrittore austriaco Stefan Zweig gli dedicò un omonimo libro, ma quel soprannome non sembra avergli portato molta fortuna: dopo 70 anni, nel bene e nel male, il Brasile è ancora il ‘Paese del futuro’. Le grandi risorse naturali, un territorio sconfinato e una popolazione da 190 milioni di persone lo rendono una nazione dalle enormi potenzialità. Lo confermano gli ultimi dieci anni di crescita economica. Nel 2011, secondo la World Economic League Table dell’istituto di ricerche britannico Cebr, il Brasile ha scavalcato economie avanzate come l’Italia e il Regno Unito, diventando la sesta potenza economica del mondo. Nello stesso periodo ha raggiunto un altro strabiliante risultato: far uscire dalla povertà oltre 30 milioni di persone, ingrossando le fila di una classe media sempre più esigente e pronta a spendere denaro.

La favola brasiliana è tutt’ora in corso ed è presto per dire se avrà un lieto fine. La crisi economica, che in un primo momento sembrava aver risparmiato i Brics, ha raggiunto anche i Paesi emergenti. La Cina, l’India, la Russia e il Sud Africa, oltre al Brasile, hanno rallentato la corsa verso lo sviluppo economico e al momento nessuno sa quanto lunga sarà la frenata. Non è la prima volta che durante la sua storia il Brasile prova a decollare. Spesso è ricaduto a terra, talvolta in maniera fragorosa. Joseph Leahy, giornalista del Financial Times, ha paragonato la crescita economica del gigante verde oro al volo di una gallina: ha un ottimo slancio, ma non riesce a resistere in quota.

Eppure multinazionali e imprese scalpitano per entrare nel più grande mercato del Sudamerica. Per i grandi marchi aprire una sede a San Paolo o a Rio de Janeiro, è il must del momento. Chi ha avuto lungimiranza investendo in tempi non sospetti non se n’è pentito. Durante la crisi del credito e dei debiti sovrani, le filiali delle multinazionali straniere in Brasile, insieme a quelle degli altri Paesi emergenti, hanno tenuto in piedi molte aziende, orfane degli utili europei e americani. In Italia ne sappiamo qualcosa. Quante volte abbiamo sentito dire che la Fiat sta in piedi grazie ai mercati come il Brasile? Per loro il presente sembra essere già arrivato nel ‘Paese del futuro’.

Ma questi alti e bassi impongono una domanda: si può scommettere sul Brasile? In un’intervista al quotidiano nazionale Estadão Sam Zell, famoso uomo d’affari americano, ha risposto così: “la questione non è se l’economia frena, ma se il Brasile è ancora, o no, un Paese attraente. Per me lo è. E il perché è semplice: ha un grande potenziale”. Oltre ai fattori di lungo termine che fanno sognare gli imprenditori visionari, il buon momento del Brasile è sostenuto da due vetrine internazionali: la Coppa del Mondo di calcio 2014 e le Olimpiadi di Rio 2016, entrambe eredità del governo dell’ex presidente Luis Inàcio Lula da Silva.

Il Brasile è in fermento. Da nord a sud, grandi investimenti nelle opere pubbliche sono già in corso. Ladisoccupazione è ai minimi storici e l’occasione per imporsi nel panorama mondiale è ghiotta. Ma se questi eventi porteranno benefici stabili per la società è tutto da vedere. Molti hanno sprecato occasioni simili. Basta ricordare i mondiali di Italia ‘90 e le Olimpiadi di Atene 2004. Le amministrazioni locali e il governo centrale stanno lavorando in sinergia per ripulire le grandi città e migliorare le infrastruttureaffinché siano pronte a ospitare i grandi eventi. Oltre ai milioni di turisti che arriveranno da tutto il mondo per visitarle.

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Brasile, lotta alla pornografia culturale


Pubblicato sul The Post Internazionale

In tutto il Paese vengono approvate le leggi ‘antibaixaria’: no alle sovvenzioni pubbliche per gli autori che mancano di rispetto alle donne

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“Non mi piacciono le gattine, mi piacciono solo le cagne” – “Eu não gosto das gatinhas, eu só gosto das cachorras” – è il ritornello della canzone Late, dei Black Style, che in Brasile ha dato inizio a una lotta senza precedenti alla pornografia culturale. Lo strumento usato è la legge ‘antibaixaria’, o anti sconcerie: vieta l’uso di denaro pubblico per sovvenzionare o contrattare artisti che nella loro produzione abbiano discriminato, esposto a situazioni degradanti o incitato alla violenza contro ledonne, gli omosessuali e le persone di colore.

Una norma ‘politically correct’, approvata per la prima volta nello stato di Bahia dal governatore Jaques Wagner Continua a leggere

Rio, favela eco-sostenibile grazie a riciclo e orti urbani


“Non c’è trasformazione che porti una realtà difficile ad essere un posto migliore all’improvviso. Sono necessarie collaborazione, tempo e pazienza”, racconta Lea Rekow, ricercatrice australiana della Griffith University. Arrivata a Rio de Janeiro un anno e mezzo fa si è accorta che oltre alla povertà e al disagio sociale c’è un altro problema che attanaglia le favelas brasiliane: la cementificazione. Il suo progetto “Green my Favela”, con la collaborazione della ONG “Rocinha  mundo da arte”, ha portato piccoli angoli di verde tra le vie scure e umide dello slum più grande del sud America, una comunità da 150 mila persone nella zona sud della “Cidade Maravilhosa”. Continua a leggere su Sky.it

Tutto il lusso del Brasile


Mentre il Vecchio Continente si arrovella per trovare le parole giuste nel raccontare la crisi economica, come il Grexit, lo Spanic o gli acronimi alla P.I.G.S., in Brasile i nuovi ricchi e la classe media prendono confidenza con quei lussi che un tempo erano esclusivi, come champagne, resort, yacht e safari

Pubblicato sul The Post Internazionale

HA AVUTO UN DISCRETO successo, in Brasile, la trasmissione di un reality show su cinque donne straricche che spendono i loro soldi senza ritegno. Più che dai media brasiliani, le critiche arrivarono dai giornali europei. In preda alla crisi economica del Vecchio Continente e con gli stereotipi fermi a dieci anni fa, trovavano di cattivo gusto la messa in onda di quel programma in un Paese pieno di disuguaglianze. Si fa fatica a capacitarsi che i capitali non hanno l’obbligo di dimora e si spostano a seconda dei cicli economici. Oggi si trovano dove mancavano da tempo.

Secondo Forbes, ogni giorno il Brasile sforna 19 nuovi milionari, assetati di “esperienze” a caro prezzo. Insieme ai loro corrispettivi cinesi, contribuiranno alla crescita del mercato del lusso, previsto dal Boston Consulting Group in rialzo del 7 per cento nel prossimo anno. E sarà l’Europa – un tempo divoratrice del settore, oggi in piena recessione – a fornire gran parte del divertimento. Detto qualche anno fa, sarebbe suonato come uno scherzo all’orecchio di un cittadino europeo: vedersi superare, in quanto a possibilità economiche, da un Paese dell’ex “terzo mondo” era solo una scarsa probabilità. Oggi, anche se in maniera più sfumata di quanto descritto, è più o meno realtà. Continua a leggere

E se la prossima bolla immobiliare fosse in Brasile?


Alcuni esperti la vedono già, per altri non esiste. Gli uomini d’affari sembrano non preoccuparsene, ma le giovani coppie e le famiglie non si fidano e aspettano periodi più sicuri. Nel “Paese del futuro” comprare casa è diventato un gioco d’azzardo. E c’è timore per come sarà il gigante verde oro dopo le olimpiadi del 2016

Pubblicato sul The Post Internazionale

“VOGLIAMO SPOSARCI l’anno prossimo, ma prima dobbiamo comprare casa”, raccontano Nanda e Marcos, freschi trentenni di Salvador de Bahia. Hanno voglia di costruirsi un futuro insieme. Il lavoro non manca e qualche risparmio in banca c’è già.

“Ma il problema è trovarne una a buon prezzo – sospira Nanda – perché a meno di 200 mila Reais (quasi 80 mila Euro) non si trova nulla di decente”. La situazione di Bruna è diversa. Carioca di 29 anni, vive con i genitori. Anche lei vorrebbe comprarsi una casa, “ma mi dicono tutti di aspettare. Forse dopo le Olimpiadi i prezzi scenderanno”.

Negli ultimi due anni il valore degli appartamenti in Brasile è schizzato alle stelle. Solo nel 2011 il mercato immobiliare è cresciuto del 4,8 per cento (11,6 nel 2010). Ma il 2012 sembra aver invertito la rotta. In molte zone del Paese la crescita sta rallentando. In altre si registrano i primi cali dei prezzi.

“È tutto fermo. Piatto. Non si compra e non si vende. Funzionano sono gli affitti”, commenta amareggiato Seu Lima, proprietario di un’agenzia immobiliare nella zona sud di Rio de Janeiro. “Siamo in una fase di stallo perché la gente deve abituarsi ai nuovi prezzi”, dice.

Più della disabitudine, è il timore di una bolla immobiliare a frenare gli acquisti dei brasiliani. Da tempo non si vedevano prezzi così alti e tante gru al lavoro. Nei primi sei mesi del 2012, a San Paolo, la vendita di appartamenti con quattro stanze letto ha fatto registrare una brusca frenata.

Secondo i dati di Secovi, la principale associazione che riunisce i costruttori del Paese, dall’inizio dell’anno le vendite di immobili nella capitale paulista sono state 11.981. Il 52 per cento di queste hanno interessato appartamenti “dormitorio” di due stanze. Con questo scenario economico le persone preferiscono acquistare proprietà più piccole. Costano meno e si vendono più facilmente in caso di crisi.

“La forte valorizzazione degli immobili non significa per forza bolla immobiliare”, aveva rassicurato lo scorso maggio in una conferenza Paulo Picchetti, ricercatore all’Istituto Brasiliano di Economia della Fondazione Getúlio Vargas.

“Il Brasile sta vivendo una trasformazione strutturale, basata sulla crescita dei risparmi della popolazione, la stabilità del lavoro e la manutenzione del livello di inadempienze bancarie. Inoltre il deficit di abitazioni del Paese e i prossimi eventi sportivi potranno sostenere ancora la crescita”.

Nella foto i lavori di ristrutturazione nello stadio Mané Garrincha di Brasilia in vista dei campionati mondiali di calcio nel 2014.

 

Samy Dana, anche lui professore di economia della Fondazione Getúlio Vargas, non la pensa come il suo collega. Per lui la bolla immobiliare non è uno spettro. È già realtà. “In questo momento, il ritorno economico che danno gli immobili è molto inferiore al grado di rischio” aveva dichiarato alla rivista Exame.

“I prezzi non possono salire all’infinito perché esiste un livello in cui diventano insostenibili. Che il mercato brasiliano abbia vissuto una stagnazione negli ultimi vent’anni e che esista un deficit di case, è vero. Ma non perché ci sia scarsità di cibo i prezzi dei beni alimentari salgono all’infinito”.

Prezzi che risultano ancora convenienti per europei e americani benestanti. L’offerta è notevole e tagliata su misura. Imprese edili internazionali costruiscono condomini di lusso davanti alle spiagge da sogno del nordest. Soprattutto nella zona di Natal, nel Rio Grande do Norte. Promettono belle case con rendimenti del 10 per cento l’anno. L’exit plan di soli 4 o 5 anni.

Cavalcano l’onda lunga del boom dell’economia brasiliana e della pubblicità che la coppa del mondo 2014 sta offrendo al Paese. Ce n’è per tutte le esigenze: case da 300 a 900 metri quadrati. Volendo si può investire anche solo sul terreno, senza casa. E per chi è interessato alla speculazione, ci sono diversi fondi che assicurano rendimenti interessanti a cinque anni, con la possibilità di uscirne prima pagando una “facilitation fee”.

Sam Zell, uno degli investitori più influenti nel mercato immobiliare dei Paesi emergenti, non sembra così preoccupato di come si stanno mettendo le cose in Brasile. “Se la bolla c’è si sgonfierà lentamente”, ha dichiarato il property baron al quotidiano Estadao.

“Il problema non è il rallentamento del mercato. La questione è se il Brasile è ancora un Paese attraente o no. Per me lo è. Il perché è semplice: ha un grande potenziale. Gli investitori ora sono solo un po’ più cauti”.

di Eliano Rossi

Il Brasile è un Paese ricco, anche di schiavi


Da undici anni l’emendamento costituzionale che inasprisce le pene contro gli schiavisti langue nelle camere del Congresso. Il 22 maggio, il voto favorevole del Parlamento potrebbe portare a una svolta, in un Paese osannato dalla comunità internazionale per i suoi risultati economici, ma che sfrutta ancora il lavoro della sua gente. Nel 2011, sono stati registrati 4935 casi di schiavi liberati.

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 Pubblicato sul The Post Internazionale

C’era una pista d’atterraggio per gli aerei nei 42 mila ettari di terreno della podere di Annibal Zacharias, nel Mato Grosso do Sul, ma non il bagno per i suoi dipendenti. Non certo lavoratori; solo dipendenti, nel senso che dipendevano dalla sua volontà. Non permeata dal sentimento della carità, ne di civiltà, se è vero che gli sfortunati bevevano acqua conservata in taniche di olio lubrificante e si lavavano in una pozzanghera artificiale. Faticavano nei campi, per preparare il terreno destinato all’allevamento intensivo di bestiame. Fin quando, lo scorso aprile, un procuratore federale, la polizia e un funzionario del ministero del Lavoro sono riusciti a liberare dieci di loro. Erano servi nel Brasile del boom. Nonostante la schiavitù sia stata abolita dalla legge Aurea il 13 maggio 1888.

Nel 2011, la Commissione Pastorale della Terra ha contato 4935 casi di lavoratori costretti alla schiavitù. Senza diritti, senza libertà e soprattutto senza dignità. Tutto rubato da imprenditori ciechi, che pur di portare a casa il profitto non si fanno scrupoli a ridurre un uomo in uno schiavo. Perciò, il voto espresso dal Parlamento brasiliano martedì 22 maggio, potrebbe essere storico se si ripetesse anche al Senato. L’oggetto della discussione ha un nome tecnico: il PEC 438 (Progetto di Emendamento Costituzionale). Tutti, però, lo conoscono come l’opportunità di abolire per la seconda volta la schiavitù in Brasile. L’emendamento stabilisce il diritto, da parte dello Stato, di espropriare le proprietà rurali e urbane nelle quali viene praticata la schiavitù, senza diritto all’indennizzo. Le terre confiscate verranno destinate alla riforma agraria e alle costruzioni con fini sociali. 

Il provvedimento era stato presentato nel 2001, ma languiva nei vorticosi corridoi del Congresso dal 2004, dopo che la Camera dei deputati l’aveva approvato nel primo turno di votazioni (trattandosi di una modifica costituzionale, l’iter per l’approvazione è aggravato da due turni che prevedono l’approvazione dello stesso testo sia in Parlamento che al Senato). Il clamoroso ritardo si spiega con la sciagurata convergenza di interessi politici ed economici che spesso si intrecciano fra la politica e l’imprenditoria rurale, che in Brasile costituisce una lobby di interessi molto forte. Un caso emblematico è quello del senatore João Batista de Jesus Ribeiro, accusato di sottomettere alcuni lavoratori al regime di schiavitù nella sua fazenda a Piçarra, nello stato del Paranà. Il Supremo Tribunale Federale ha ammesso un procedimento giuridico nei suoi confronti lo scorso Febbraio, dopo che la Procura generale della Repubblica ha raccolto prove sufficienti per incriminarlo.

Edoardo Girardi, vice-coordinatore del Nucleo di Studi, Ricerche e Progetti della Riforma Agraria (NERA) della Unesp, ha dichiarato al settimanale Carta Capital che “molti lavoratori delle regioni povere del Paese vengono attratti dal lavoro nei campi, con la prospettiva di ricevere un lavoro che gli consenta di uscire dalla miseria. Vengono portati nelle fazendas (appezzamenti di terra di grandi dimensioni) in regioni remote e costretti a lavorare in condizioni pietose, sorvegliati da vigilanti armati. Le giornate lavorative durano dodici ore e i lavoratori non hanno la libertà di andare e tornare dal campo. In generale – continua Girardi – la schiavitù viene usata nei campi o dove è necessario un grande sforzo fisico, come le zone in via di disboscamento e le miniere di carbone”.

La legge sul lavoro in vigore punisce già chi pratica lo schiavismo, ma le pene previste sono molto blande, tanto che spesso conviene pagare le sanzioni piuttosto che trattare in maniera umana i lavoratori. E’ prevista una multa per ogni schiavo, il pagamento arretrato del salario, il carico del viaggio di ritorno per il lavoratore nella città d’origine. Nei casi più gravi, la legge prevede anche sanzioni penali, che vanno da uno a otto anni di carcere, ma raramente le imprese vengono punite severamente. Durante i processi, i datori di lavoro riescono quasi sempre a dimostrare di aver lasciato uno spazio di “ libertà” alle vittime e i giudici non possono riconoscere il reato di schiavitù, ma solo un super-sfruttamento del lavoro. Un controsenso per un Paese che da nove anni è governato dal PT, Partido dos Trabalhadores. Il partito dei lavoratori, appunto. Che però potrebbe riuscire nell’impresa di abolire, per la seconda volta, la schiavitù in Brasile.

Eliano Rossi