Tutto il lusso del Brasile


Mentre il Vecchio Continente si arrovella per trovare le parole giuste nel raccontare la crisi economica, come il Grexit, lo Spanic o gli acronimi alla P.I.G.S., in Brasile i nuovi ricchi e la classe media prendono confidenza con quei lussi che un tempo erano esclusivi, come champagne, resort, yacht e safari

Pubblicato sul The Post Internazionale

HA AVUTO UN DISCRETO successo, in Brasile, la trasmissione di un reality show su cinque donne straricche che spendono i loro soldi senza ritegno. Più che dai media brasiliani, le critiche arrivarono dai giornali europei. In preda alla crisi economica del Vecchio Continente e con gli stereotipi fermi a dieci anni fa, trovavano di cattivo gusto la messa in onda di quel programma in un Paese pieno di disuguaglianze. Si fa fatica a capacitarsi che i capitali non hanno l’obbligo di dimora e si spostano a seconda dei cicli economici. Oggi si trovano dove mancavano da tempo.

Secondo Forbes, ogni giorno il Brasile sforna 19 nuovi milionari, assetati di “esperienze” a caro prezzo. Insieme ai loro corrispettivi cinesi, contribuiranno alla crescita del mercato del lusso, previsto dal Boston Consulting Group in rialzo del 7 per cento nel prossimo anno. E sarà l’Europa – un tempo divoratrice del settore, oggi in piena recessione – a fornire gran parte del divertimento. Detto qualche anno fa, sarebbe suonato come uno scherzo all’orecchio di un cittadino europeo: vedersi superare, in quanto a possibilità economiche, da un Paese dell’ex “terzo mondo” era solo una scarsa probabilità. Oggi, anche se in maniera più sfumata di quanto descritto, è più o meno realtà. Continua a leggere

Brasile, lo shopping si fa negli Usa


La causa è il super Real. L’effetto è il boom d’acquisti di beni fuori dal Paese. Sopratutto negli Stati Uniti, dove il tasso di cambio favorisce i turisti in possesso di una moneta ormai surriscaldata. Secondo il quotidiano A Folha, i turisti brasiliani hanno raggiunto il terzo posto tra i viaggiatori che spendono di più negli States, dietro solo ai giapponesi e agli inglesi. In media i sudamericani lasciano 5918$ a persona nel Paese a stelle e strisce. Ciò che sorprende di più è l’accelerazione con il quale si è raggiunta tale posizione. Dal 2003 a oggi, l’incremento nella spesa pro-capite dei turisti brasiliani è stato del 250%.

Alex Argozino/Editoria de Arte/Folhapress

Roba da cinesi insomma, che di fatto sono l’unico popolo ad aver registrato un aumento del tasso di spesa superiore. E così dal settimo posto in questa speciale classifica, il Brasile compie un deciso balzo in avanti.

Il governo americano prevede inoltre un forte aumento dei viaggiatori brasiliani. Nel 2016 i turisti in arrivo saranno 3 milioni, a fronte degli attuali 1,6. Un raddoppio quasi perfetto. Ma A Folha avverte che la causa di questo boom non è tanto la voglia di vedere da vicino la statua della Libertà o il Gran Canyon, ma lo shopping. Il rincaro dei prezzi in patria sta spingendo la nuova classe media a comprare altrove, dove il tasso di cambio rende gli acquisti più favorevoli.

I beni presi d’assalto sono sopratutto tecnologici: computers, cellulari e tablets. Sembra quindi che gli sgravi fiscali concessi dal governo Rousself  per i produttori di tablets & co. non abbiano ancora sortito gli effetti desiderati. Come già scritto su questo blog, l’intenzione del Governo fu quella di trasformare il Brasile in una piattaforma produttiva di tecnologia innovativa, ma anche in una piattaforma per esportazioni. Ciò che sta accadendo è che i brasiliani vanno altrove a spendere i loro soldi per acquistare gli I pad…

Il Governo farebbe bene a chiedersi cosa non sta funzionando, perchè se tante volte si è detto che l’arma in più del Brasile è il suo nuovo ed enorme mercato interno, con i prezzi così alti in patria, l’unico settore dell’economia a giovarne è il comparto del trasporto aereo. Porta i nuovi turisti a fare shopping, negli USA.

Eliano Rossi

Il Brasile ai tempi delle crisi


Lo spettro della recessione aleggia sulle economie europee. Gli Stati Uniti, dopo aver perso la tripla A e aver fatto la figura “dell’Italia” sull’approvazione dell’aumento al tetto del debito pubblico, bruciano milioni di dollari sui mercati finanziari. Le borse europee affondano più veloci del Titanic in quella tragica notte del 1912. L’oro tocca i massimi storici ormai ogni giorno. Il costo dei carburanti è alle stelle da tre mesi. Qualcuno parla già di tempesta perfetta. Ci risiamo baby: la crisi è tornata. O forse non è mai finita. E ha già scelto le sue vittime: la fragile Unione Europea e la declinante America di Obama.

Certo, oltre ai Paesi colpiti direttamente, anche nel resto del mondo la crisi dei debiti sovrani si farà sentire. Una contrazione delle grandi economie influisce pure sui Paesi virtuosi, ma attenzione: chi rimane al suo posto mentre tutti gli altri fanno un passo indietro, fa comunque un passo avanti.

Si è già detto molto sui fantastici tassi di crescita che il Brasile fa registrare ogni anno ormai da un decennio, ma ciò che appare interessante ora è capire quanto la settima economia del mondo sia solida e quali sono le sue prospettive.

A differenza di molte altre economie di rilievo, la crisi del 2008 non ha influito molto su quella brasiliana. Il conto, assai piccolo, è stato pagato solo nel 2009, con una contrazione del Pil dello 0,2%. L’anno successivo la locomotiva verde oro è tornata a correre con un +7,5%. Insomma, durante l’apice della crisi del 2008 il Brasile è rimasto al suo posto, mentre altri Paesi hanno fatto un passo indietro, tra cui l’Italia, che è stata scavalcata nella classifica delle maggiori economie del mondo proprio dal Brasile.

Il cielo, però, è tornato ad annuvolarsi. Nulla di grave per il momento, ma la situazione va tenuta d’occhio. Ieri (18/08/2011) l’Ibovespa (l’indice della borsa dei valori di San Paolo) ha perso il 3,52%, a seguito della pessima performance di Wall Street. Gli analisti fanno sapere che si tratta di un passaggio normale tanto che c’era da aspettarselo. Nelle ultime sei sessioni di scambi l’Ibovespa è sempre stato positivo, nonostante le pessime performance globali. Oltre ai tristi numeri di Wall Street, a tirare giù l’indice della borsa di SP ha contribuito anche Morgan Stanley, che nella mattinata di ieri ha visto al ribasso le stime sulla crescita del Pil mondiale per i prossimi due anni: 3,9% da 4,2% nel 2011 e 3,8% da 4,5% nel 2012. In tutto ciò il Brasile come si pone?

Nonostante qualche “frenatuccia”, la locomotiva verde oro dovrebbe continuare a viaggiare per il verso giusto. La crisi in quanto tale, cioè dei debiti sovrani, non lo tocca, poiché il debito pubblico equivale al 60% del Pil, una situazione che in Italia, Spagna, Grecia e Irlanda se la sognano. Il tasso di crescita del 2011 è stato visto al ribasso rispetto al 2010, sia per cause esogene (la congiuntura economica), sia per cause endogene (bisogna raffreddare l’economia per tenere sotto controllo il valore del Real), ma si dovrebbe mantenere su livelli comunque alti. Durante il primo trimestre del 2011 il Pil è cresciuto del 1,3%. Il secondo trimestre si stima al +0,62 (rispetto al primo), anche se non esistono ancora i dati ufficiali.

Ma la risorsa più grande su cui il Brasile potrà contare per uscire indenne dal momento difficile è il suo mercato interno. Nessuno dei Paesi oggi in crisi può contare su 190 milioni di potenziali consumatori in forte espansione. Gli altri mercati o sono piccoli, o sono saturi. E qui sorgono le preoccupazioni di Guido Mantega, ministro dell’Economia brasiliano. La paura è che se i mercati dei Paesi avanzati sono saturi, questi possano riversare sul mercato brasiliano gran parte della loro produzione, generando un serio conflitto. Libero mercato, si dirà…ma Mantega è deciso a proteggere la sua più grande risorsa a forza di dazi sull’import e controlli anti-dumping stretti.

D’altra parte, se gli Stati Uniti si ostinano a giocare sporco tenendo il dollaro molto basso, qualche risposta bisognerà pur darla. Occhio per occhio, dente per dente.

Eliano Rossi

Ora il Sudafrica è tra i Bric(s)


È un periodo fortunato per il Sudafrica: dopo aver ospitato i Mondiali 2010, ecco che entra ufficialmente nell’esclusivo club dei Bric. Pardon, Brics. Per la prima volta, nella conferenza di Sanya in Cina,  provincia di Hainan, del 14 aprile, è stato aggiunto un posto a tavola. Finalmente a Pretoria non saranno conosciuti solo come la terra dell’apartheid e dei diamanti.

La potenza economica dei Brics non è una novità: i cinque paesi rappresentano il 18% del Pil mondiale e pesano per il 15% sul commercio dell’intero globo. Numeri che stupiscono fino a un certo punto se si tiene conto del fatto che possiedono il 30% della superficie terrestre e il 42% della popolazione. Ma, se si vanno a leggere i numeri con più attenzione, questi paesi sono molto diversi tra loro. E, capovolgendo la celebre massima orwelliana, “alcuni sono più diversi degli altri”: Il Sudafrica infatti ha dei numeri molto inferiori a quello dei suoi quattro compari. Innanzitutto la popolazione: 49 milioni di abitanti, meno dell’Italia. Pochini, se raffrontati al miliardo e 300 milioni della Cina e al miliardo e 180 milioni dell’India. Ma anche agli oltre 200 milioni del Brasile e ai 139 della Russia.

Ancora più lontana è la quota per la quale i “Bafana bafana” pesano sul Pil mondiale a parità di potere d’acquisto. La Cina è inarrivabile, con il 13,6%. Più “umane” sono Delhi (5,4%), Mosca e Brasilia (entrambe al 3%). Ma gli eredi di Mandela si fermano allo 0,7%. E anche il tasso di crescita del Pil è un po’ in ritardo rispetto a quello dei suoi nuovi partner: Il 3% previsto per il 2011 sulla Baia della Tavola è sicuramente un ottimo risultato, superiore anche a quello degli Usa (+2,8%), ma ancora non in linea con la nuova realtà che la attende: la locomotiva dagli occhi a mandorla ha trainato il gruppo con un sorprendente 10,5% e l’India non si è certo nascosta, forte del suo 9,7%. Russia e Brasile poi si sono posizionate intorno al 5%.

A completare il quadro ci sono il dato allarmante del tasso di disoccupazione e del tasso di povertà: il primo è al 24,4%, il secondo addirittura al 50% (il 40% della popolazione vive con meno di 2 dollari Usa al giorno). Insomma, per essere arrivato nei salotti buoni dell’economia mondiale, c’è ancora qualcosa da sistemare per il presidente Jacob Zuma.

Ma allora perché è avvenuta questa svolta? Perché Hu Jintao, leader indiscusso tra i Brics, ha insistito tanto per avere un nuovo compagno di viaggio?

Per aumentare la propria influenza sull’Africa e per conquistare importanti materie prime a prezzi convenienti, delle quali hanno un gran bisogno. Il continente nero non è solo più un territorio di conquista (vedi alla voce Sudan), ma ormai un potenziale partner strategico sia dal punto di vista economico che politico. E il Sudafrica ne è stato eletto portavoce ufficiale tra i nuovi che avanzano. Per le quattro “sorelle maggiori”, il Sudafrica rappresenta un mercato in cui esportare beni di consumo, ma non solo. I Brics ora formano un’area virtuale all’interno della quale si viaggia sui 200 miliardi di dollari in scambi commerciali all’anno. In questo giro d’affari non rientrano solo scambi commerciali, ma preziosi investimenti congiunti e incrociati per favorire la crescita di infrastrutture e, appunto, il rastrellamento di materie prime. Tra queste il prezioso petrolio e i famosi metalli rari, indispensabili per l’alta tecnologia come motori ibridi, nanotecnologie e lampade a basso consumo. La Cina possiede ora il 95% della produzione di questi metalli rari e si stima che nel giro di 30-40 anni saranno esauriti . Dal momento che gli altri fortunati sono Brasile, Usa, Russia, Cile, Repubblica Democratica del Congo e appunto Sudafrica, soltanto questi ultimi due possono essere facile “preda” di Pechino in tempi brevi. In prospettiva i cinesi potrebbero fare affari d’oro, diventando monopolisti di questo fondamentale mercato e comprando ora a man bassa tutto quello che riescono a racimolare grazie ai loro canali privilegiati. Insomma, un’amicizia più che interessata.

Stefano Glenzer