Tutto il lusso del Brasile


Mentre il Vecchio Continente si arrovella per trovare le parole giuste nel raccontare la crisi economica, come il Grexit, lo Spanic o gli acronimi alla P.I.G.S., in Brasile i nuovi ricchi e la classe media prendono confidenza con quei lussi che un tempo erano esclusivi, come champagne, resort, yacht e safari

Pubblicato sul The Post Internazionale

HA AVUTO UN DISCRETO successo, in Brasile, la trasmissione di un reality show su cinque donne straricche che spendono i loro soldi senza ritegno. Più che dai media brasiliani, le critiche arrivarono dai giornali europei. In preda alla crisi economica del Vecchio Continente e con gli stereotipi fermi a dieci anni fa, trovavano di cattivo gusto la messa in onda di quel programma in un Paese pieno di disuguaglianze. Si fa fatica a capacitarsi che i capitali non hanno l’obbligo di dimora e si spostano a seconda dei cicli economici. Oggi si trovano dove mancavano da tempo.

Secondo Forbes, ogni giorno il Brasile sforna 19 nuovi milionari, assetati di “esperienze” a caro prezzo. Insieme ai loro corrispettivi cinesi, contribuiranno alla crescita del mercato del lusso, previsto dal Boston Consulting Group in rialzo del 7 per cento nel prossimo anno. E sarà l’Europa – un tempo divoratrice del settore, oggi in piena recessione – a fornire gran parte del divertimento. Detto qualche anno fa, sarebbe suonato come uno scherzo all’orecchio di un cittadino europeo: vedersi superare, in quanto a possibilità economiche, da un Paese dell’ex “terzo mondo” era solo una scarsa probabilità. Oggi, anche se in maniera più sfumata di quanto descritto, è più o meno realtà. Continua a leggere

Il Brasile è un Paese ricco, anche di schiavi


Da undici anni l’emendamento costituzionale che inasprisce le pene contro gli schiavisti langue nelle camere del Congresso. Il 22 maggio, il voto favorevole del Parlamento potrebbe portare a una svolta, in un Paese osannato dalla comunità internazionale per i suoi risultati economici, ma che sfrutta ancora il lavoro della sua gente. Nel 2011, sono stati registrati 4935 casi di schiavi liberati.

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 Pubblicato sul The Post Internazionale

C’era una pista d’atterraggio per gli aerei nei 42 mila ettari di terreno della podere di Annibal Zacharias, nel Mato Grosso do Sul, ma non il bagno per i suoi dipendenti. Non certo lavoratori; solo dipendenti, nel senso che dipendevano dalla sua volontà. Non permeata dal sentimento della carità, ne di civiltà, se è vero che gli sfortunati bevevano acqua conservata in taniche di olio lubrificante e si lavavano in una pozzanghera artificiale. Faticavano nei campi, per preparare il terreno destinato all’allevamento intensivo di bestiame. Fin quando, lo scorso aprile, un procuratore federale, la polizia e un funzionario del ministero del Lavoro sono riusciti a liberare dieci di loro. Erano servi nel Brasile del boom. Nonostante la schiavitù sia stata abolita dalla legge Aurea il 13 maggio 1888.

Nel 2011, la Commissione Pastorale della Terra ha contato 4935 casi di lavoratori costretti alla schiavitù. Senza diritti, senza libertà e soprattutto senza dignità. Tutto rubato da imprenditori ciechi, che pur di portare a casa il profitto non si fanno scrupoli a ridurre un uomo in uno schiavo. Perciò, il voto espresso dal Parlamento brasiliano martedì 22 maggio, potrebbe essere storico se si ripetesse anche al Senato. L’oggetto della discussione ha un nome tecnico: il PEC 438 (Progetto di Emendamento Costituzionale). Tutti, però, lo conoscono come l’opportunità di abolire per la seconda volta la schiavitù in Brasile. L’emendamento stabilisce il diritto, da parte dello Stato, di espropriare le proprietà rurali e urbane nelle quali viene praticata la schiavitù, senza diritto all’indennizzo. Le terre confiscate verranno destinate alla riforma agraria e alle costruzioni con fini sociali. 

Il provvedimento era stato presentato nel 2001, ma languiva nei vorticosi corridoi del Congresso dal 2004, dopo che la Camera dei deputati l’aveva approvato nel primo turno di votazioni (trattandosi di una modifica costituzionale, l’iter per l’approvazione è aggravato da due turni che prevedono l’approvazione dello stesso testo sia in Parlamento che al Senato). Il clamoroso ritardo si spiega con la sciagurata convergenza di interessi politici ed economici che spesso si intrecciano fra la politica e l’imprenditoria rurale, che in Brasile costituisce una lobby di interessi molto forte. Un caso emblematico è quello del senatore João Batista de Jesus Ribeiro, accusato di sottomettere alcuni lavoratori al regime di schiavitù nella sua fazenda a Piçarra, nello stato del Paranà. Il Supremo Tribunale Federale ha ammesso un procedimento giuridico nei suoi confronti lo scorso Febbraio, dopo che la Procura generale della Repubblica ha raccolto prove sufficienti per incriminarlo.

Edoardo Girardi, vice-coordinatore del Nucleo di Studi, Ricerche e Progetti della Riforma Agraria (NERA) della Unesp, ha dichiarato al settimanale Carta Capital che “molti lavoratori delle regioni povere del Paese vengono attratti dal lavoro nei campi, con la prospettiva di ricevere un lavoro che gli consenta di uscire dalla miseria. Vengono portati nelle fazendas (appezzamenti di terra di grandi dimensioni) in regioni remote e costretti a lavorare in condizioni pietose, sorvegliati da vigilanti armati. Le giornate lavorative durano dodici ore e i lavoratori non hanno la libertà di andare e tornare dal campo. In generale – continua Girardi – la schiavitù viene usata nei campi o dove è necessario un grande sforzo fisico, come le zone in via di disboscamento e le miniere di carbone”.

La legge sul lavoro in vigore punisce già chi pratica lo schiavismo, ma le pene previste sono molto blande, tanto che spesso conviene pagare le sanzioni piuttosto che trattare in maniera umana i lavoratori. E’ prevista una multa per ogni schiavo, il pagamento arretrato del salario, il carico del viaggio di ritorno per il lavoratore nella città d’origine. Nei casi più gravi, la legge prevede anche sanzioni penali, che vanno da uno a otto anni di carcere, ma raramente le imprese vengono punite severamente. Durante i processi, i datori di lavoro riescono quasi sempre a dimostrare di aver lasciato uno spazio di “ libertà” alle vittime e i giudici non possono riconoscere il reato di schiavitù, ma solo un super-sfruttamento del lavoro. Un controsenso per un Paese che da nove anni è governato dal PT, Partido dos Trabalhadores. Il partito dei lavoratori, appunto. Che però potrebbe riuscire nell’impresa di abolire, per la seconda volta, la schiavitù in Brasile.

Eliano Rossi

Gli effetti della “guerra delle valute”, i brasiliani si comprano Miami


 

Il deprezzamento del dollaro nei confronti del Real sta incentivando gli investimenti dei nuovi ricchi brasiliani negli Stati Uniti. Il mercato immobiliare della Florida e i negozi di Hi tech tirano un sospiro di sollievo, ma il rischio di un nuovo contraccolpo economico è dietro l’angolo

Pubblicato su The Post Internazionale

Da Sud a Nord alla ricerca del lusso e del comfort. Da Ipanema alla Florida, con le idee chiare e i soldi in tasca. Tanti soldi. Non è passato molto tempo da quando gli americani (e gli europei) guardavano al Brasile come destinazione per una felice vecchiaia o per una vacanza. Sole, mare, allegria e basso costo della vita. Ma i rapporti sono cambiati, il mondo si è capovolto. La crisi del 2009 ha ribaltato gli schemi e il Brasile si è trasformato da preda in predatore. A certificare la rivoluzione è il mercato immobiliare americano, proprio quello che aveva contribuito a generare la crisi. I brasiliani, insieme agli altri sudamericani, hanno fatto lievitare del 50 per cento il valore delle case in Florida, rispetto ai minimi del 2009. I dati sono di Condo Vultures, un’agenzia di consulenza per il Real Estate americana, elaborati dal Financial Times.

Pagano in contanti e non si accontentano del prodotto base. Cercano il lusso e la tranquillità che non trovano ancora in patria. Nelle grandi metropoli brasiliane la criminalità è un problema serio. In Florida la situazione è più serena e i tanti “latini” che ci vivono alleggeriscono il peso della saudade. Il prezzo degli appartamenti, nei condomini esclusivi della costa di Miami, è salito da 2,147 dollari al metro quadrato a 3,200 dollari. Sono ancora lontani dagli oltre 6,000 dollari pre crisi, ma l’aumento è significativo e si deve in gran parte agli investimenti dei nuovi ricchi sudamericani.

Oltre al mercato immobiliare, i brasiliani hanno preso di mira anche l’Hi-tech. I dazi sulla tecnologia che il Governo Rousseff ha imposto, rendono carissimi computers, cellulari, macchine fotografiche e tablets. Tutti beni che, oltre all’utilità pratica, manifestano le esigenze di status della nuova classe media.

Una classifica stilata dal quotidiano di San Paolo Folha dello scorso settembremostra come i turisti brasiliani hanno raggiunto il terzo posto tra i viaggiatori che spendono di più negli States. Davanti a loro resistono solo giapponesi e inglesi. In media lasciano 5918 dollari a persona sul suolo americano. La maggior parte di questi soldi è spesa per comprare televisori LCD, Iphones, macchine, e vestiti. Ma il dato più interessante è la velocità con la quale i brasiliani hanno raggiunto questa posizione. Dal 2003 a oggi, l’incremento della spesa pro capite è stato del 250 per cento.

Questa situazione è la conseguenza del boom economico e della “Guerra delle valute”. Il ministro dell’Economia Guido Mantega ha denunciato più volte come gli Stati Uniti tengano basso il dollaro in maniera artificiale, causando l’apprezzamento incontrollato del Real. Il valore della moneta brasiliana è cresciuto del 25 per cento dal 2009, con picchi del 40 per cento. Solo da agosto la tendenza si è invertita, ma il potere di acquisto dei brasiliani negli Stati Uniti rimane alto.

Questo fenomeno causa la perdita di competitività delle aziende di casa e l’aumento della richiesta di beni importati o anche, come sta succedendo adesso, il turismo da shopping.

C’è da chiedersi se i costruttori americani, gli albergatori e i negozianti possano tirare un sospiro di sollievo, oppure debbano cominciare a preoccuparsi di nuovo. Se il Real continuasse la sua discesa si andrebbe in contro a un altro contraccolpo economico. A quel punto il Brasile tornerebbe conveniente per i nuovi ricchi, e i capitali che stanno inondando Miami se ne andrebbero con la stessa velocità con la quale sono arrivati: gli effetti perversi della “Guerra delle Valute”.

Eliano Rossi

Vittorie, paura e fiction. La presa di Rocinha e la politica di imposizione della pace. Spettacolarizzazione di un’occupazione


La polizia di Rio libera la favela Rocinha dal traffico di droga. Il blitz è scattato all’alba. Sono stati impiegati tremila uomini, tra poliziotti e soldati, oltre a 18 mezzi blindati della marina e sette elicotteri da combattimento

Pubblicato su The Post Internazionale e riprodotto su Wikibrics

HANNO fatto il giro del mondo le immagini della presa indolore di Rocinha e Vidigal, tra le favelas più grandi di Rio de Janeiro a due passi da Leblon, il quartiere “bene” della Cidade Maravilhosa. Senza colpo ferire, le famose “Tropas de elite” si sono fatte largo all’alba di domenica 13 novembre, occupando il territorio con i carri armati e gli elicotteri. Un’operazione perfetta, cominciata tre giorni fa con l’arresto di Antônio Bonfim Lopes, detto Nem. Il trafficante di droga più influente di Rio. Il padrone della favela di Rocinha.

Ma tra i 120 mila abitanti del quartiere non sono tutti contenti. Molti hanno paura. Non è facile chiudere con il passato. Nem aveva stabilito regole e gerarchie precise nella favela. Da queste parti poi, la fiducia nella Policia Militar (PM) non è diffusa. E non potrebbe essere altrimenti dato che molte delle armi in mano ai trafficanti vengono dagli arsenali della polizia. La corruzione è un male comune a molti Paesi.

Inoltre la sensibilità della PM nella gestione della vita quotidiana è discutibile. João Rodrigues Arruda, Procuratore della Justiça Militar in pensione e autore del libro O Uso Político das Forças Armadas (L’uso politico delle forze armate, Mauad Editore), ha ribadito il concetto alla stampa: «I militari sono addestrati al combattimento, non alla gestione sociale. Certe volte non capiscono che fare un churrasquinho, la grigliata di carne in stile brasiliano, per strada o ballare il funk con la musica ad alto volume, fa parte della cultura della favela. I militari pensano solo a imporre la disciplina della caserma».

E spesso non si limitano a questo. Ci sono mele marce nei corpi migliori di qualsiasi esercito. Dopo la conquista del Complexo do Alemão lo scorso febbraio, sono state molte le denunce di abusi sui cittadini. Basta la minima provocazione, o il minimo sospetto e chi si trova nel momento sbagliato al posto sbagliato rischia di ricevere una “lezione”. Le denunce sono state tante che il Ministero Pubblico Federale ha convocato un’udienza generale il prossimo 18 novembre. Il gruppo di lavoro del Procuratore che accompagna l’azione delle forze di pacificazione vuole ascoltare le lamentele dei cittadini delle favelas.

L’intento di voler ripulire Rio dai trafficanti di droga è ineccepibile e condiviso dalla maggioranza dei carioca. Tra il 27 e il 29 novembre del 2010 l’Ibope, l’Istat brasiliano, ha raccolto l’opinione di mille residenti dello stato di Rio e l’88% degli intervistati si è detto favorevole alle forze di pacificazione nelle favelas. Dopo la spettacolare presa del Complexo do Alemão, avvenuta in mondovisione, sembra che al Governo federale non dispiaccia far vedere all’esterno con quanta fermezza stia preparando la città a ricevere la prossima Coppa del Mondo di calcio e le Olimpiadi del 2016. Per “l’operazione Rocinha” il Governatore di Rio ha chiesto al Ministero della Difesa l’aiuto dei fucilieri navali e dei blindati della Marina, oltre agli elicotteri e le forze di polizia a sua disposizione. Forse un dispiegamento di forze un po’ eccessivo, considerato che il boss di Rocinha, Nem, era stato già arrestato tre giorni prima.

Ma c’è un altra storia che lascia perplessi. Sembra che Nem abbia organizzato una festa di addio di cinque giorni per tutti i residenti, tra ottobre e novembre, con tanto di fiumi di birra e carne offerti alla gente. Lo scoop è di Folha de S. Paulo, che ha raccolto le testimonianze di alcuni abitanti di Rocinha. Forse Nem sapeva già tutto, o lo immaginava, tanto da aver avuto il tempo di lasciare “il testimone” ad altri. Le indiscrezioni che circolano sostengono che Nem abbia comprato i voti per l’elezione di Leonardo Lima a presidente dell’UPMMR (União Pró Melhoramentos dos Moradores da Rocinha), l’associazione che fa da filtro tra la favela e le istituzioni. Lima ha già smentito le accuse, ma il dubbio rimane. Così come l’impressione che il filo che separa la vittoria dalla paura e la fiction sia troppo sottile.

di Eliano Rossi

 

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Gli interessi della Cina nel salvataggio dell’Europa


Il Premier della Repubblica Popolare Cinese Wen Jiabao al Summer World Economic Forum

Durante l’apertura del World Economic Forum a Dalian, conosciuto anche come il “Summer Davos”, Wen Jiabao è tornato a tendere una mano al Vecchio Continente dichiarando, davanti a 1500 business leaders, che “la Cina vuole espandere i suoi investimenti in Europa”. Ha anche rivelato di aver chiamato, nei giorni scorsi, Josè Manuel Barroso e di avergli ripetuto la stessa offerta d’aiuto: siamo disposti a salvarvi dalla crisi dei debiti sovrani. Ma poi avrebbe aggiunto una postilla, il prezzo. E a ben vedere, l’aiuto dei cinesi, se verrà, non sarà certo guidato dallo spirito di compassione. La Cina ha espresso la volontà di vedere anticipato il riconoscimento dello status di “Full Market Economy” in seno al WTO (fin’ora previsto non prima del 2016). “Dimostrare la sincerità d’intenti con qualche anno d’anticipo, è il modo in cui gli amici trattano gli amici”, ha dichiarato Jiabao riferendosi alle pressioni che gli europei potrebbero fare al WTO per accelerare il processo.

Ma c’è un’altra ragione per la quale i cinesi vorrebbero aiutare l’Europa: scongiurare il ritorno a un sistema finanziario globale dominato solo dal dollaro, nell’eventualità che l’Euro fallisca. La Cina ha già investito oltre 3 trilioni di dollari in valuta estera. Diversificare gli investimenti in più monete forti fa stare tranquilla Pechino, mentre un sistema basato solo sul dollaro condizionerebbe troppo gli investimenti agli alti e bassi della moneta Usa. Dunque un’Europa unita e in salute, con una moneta forte sui mercati finanziari, è interesse anche del gigante asiatico.

Ding Chun, direttore del European Research Center della Fudan University, ha dichiarato al China Daily che “comprare i bonds europei può tornare utile alla Cina. Inoltre è la forma più diretta per occuparsi della crisi del debito che attanaglia l’UE. Investire negli assets del mercato europeo è una buona cosa, perchè diminuisce il rischio di default stabilizzando i mercati”. Ma poi anche lui suggerisce una giusta ricompensa per l’aiuto di Pechino: “bisognerebbe togliere le barriere dell’UE verso le imprese cinesi”.

Non c’è dubbio che Pechino abbia molti interessi nel favorire l’uscita dalla crisi dell’Europa. Oltre ai vantaggi finanziari, ne trarrebbe un grande beneficio politico. La Cina ufficializzerebbe ciò che già da qualche anno sembra scontato: si sostituirebbe una volta per tutte agli Usa come stabilizzatore dei mercati internazionali e come potenza guida globale. L’Europa invece, se sopravviverà alla crisi dei debiti, sarà sempre più “China oriented”. Ma arrivati a questo punto, e considerata la gravità della situazione, si rendono necessari persino i patti col diavolo… Pardon, col dragone.

 Eliano Rossi

Brasile, la scuola di qualità è ancora per pochi


Con l’uscita dei risultati dell’Enem (Exame Nacional do Ensino Médio) è tempo di riflessioni sulla qualità dell’istruzione in Brasile. I risultati confermano la relazione tra il divario socio economico negli stati del Paese e il problema della qualità dell’educazione scolastica. Le scuole con le medie più alte si trovano negli stati più ricchi: San Paolo, Rio, Distrito Federal, Minas Gerais, Rio Grande do Sul e Santa Catarina. Nel nord est del Paese si concentrano invece gli istituti con i risultati più deludenti. Gli stati con le scuole peggiori sono il Maranhão, il Piauì e Tocantins. Inoltre i risultati del test descrivono la debolezza della scuola pubblica nei confronti di quella privata. Tra le prime 20 migliori scuole del Paese solo una è statale. Si tratta del Colégio de Aplicação da Universidade Federal de Viçosa (UFV) del Minas Gerais.

                                                                                                                                                                                                                             

Insomma, per garantire ai figli un’istruzione di livello, le famiglie brasiliane devono potersele permettere. Chi non può, si deve accontentare della scarsa qualità dell’educazione pubblica e forse di un futuro meno brillante per i propri figli. Per accedere alle università, infatti, occorre sostenere un’esame d’entrata molto severo, il vestibular. Questo test mette alla prova le conoscenze che gli alunni hanno appreso durante il percorso degli studi di base. Solo i migliori passano e va da se che chi ha avuto la sfortuna di frequentare una scuola non all’altezza abbia maggiori possibilità di rimane fuori.

L’Enem è il sistema di valutazione dell’insegnamento scolastico di base, che in Brasile comprende l’ensino fundamental e mèdio, della durata di 9 e 3 anni (l’equivalente delle scuole elementari, medie e superiori in Italia). Questo sistema ha un duplice obiettivo: valutare il grado di preparazione degli alunni e il grado di qualità delle scuole. E’ formato da 180 domande di difficoltà facile, media e difficile con argomenti di quattro macro-categorie: materie scientifiche, umanistiche, matematica e lingue.

I risultati dell’Enem, in alcuni casi, sono utilizzati anche come prova propedeutica all’entrata nelle università, anche se la maggioranza degli atenei ricorre ancora al temutissimo vestibular.

In seguito all’uscita dei risultati, il ministro dell’educazione Fernando Haddad si è preoccupato di convocare una conferenza stampa per spiegare i risultati al Paese. Voci di corridoio rivelano che il presidente Dilma non è stata affatto tenera con Haddad dopo l’uscita dei risultati, anche se lui ha smentito che la Rousself l’abbia ripreso. Il ministro ha dichiarato che “non c’è alcun dubbio sul miglioramento della scuola pubblica, tanto che i risultati medi nazionali sono più alti rispetto agli anni passati e questo è un indice inconfutabile di miglioramento in un Paese che forma l’88% dei suoi studenti nelle scuole pubbliche”. Haddad hai poi ammesso che “bisogna ancora analizzare la distribuzione dei dati per capire quanto la disuguaglianza sia ancora forte tra gli stati del Paese”. Ma la critica non ha risparmiato il Ministro, anche perchè i dati resi pubblici si limitano solo agli istituti dove almeno il 75% degli alunni ha preso parte agli esami. In buona sostanza, i dati divulgati sono ancora parziali e i risultati totali dovrebbero peggiorare ciò che è già emerso.

Nella maggior parte dei casi le scuole pubbliche patiscono la mancanza di infrastrutture adeguate e di personale docente qualificato. I risultati migliori si ottengono nelle scuole collegate alle università, dove spesso il corpo docente è in possesso di titoli universitari più avanzati. Vanno bene anche i collegi militari e le scuole che offrono una preparazione professionale oltre a quella intellettuale.

La crescita economica è un indicatore importante, misura l’espansione delle economie e gli incrementi di produzione. Il Brasile sta eccellendo a riguardo. Ma non è l’unico fattore sul quale conviene ragionare quando si analizza il grado di sviluppo di un Paese. La qualità dell’istruzione scolastica è un fattore di estrema rilevanza. Nel lungo periodo le economie emergenti avranno bisogno di personale qualificato, poiché è questo che marca la differenza nella qualità della crescita e la sua stabilità nel tempo. Il passaggio da un’economia di quantità a un’economia di qualità si misura anche così. Da un punto di vista politico poi, la qualità dell’educazione è sintomo di qualità della democrazia. Un popolo che ha pari possibilità di accedere a una buona istruzione di base in tutto il suo territorio è un popolo migliore, meno violento e con più possibilità di ascesa sociale. Lula ha offerto “bolsas familia” a chi dimostrava di mandare i propri figli a scuola, cercando di aumentare la quantità di persone con un’istruzione minima. Forse ora è il caso di puntare anche a “Bolsas do merito”. Uno degli slogan più in voga nella retorica patriottica è “Brasil, o Paìs do futuro”. Se questo corrisponde davvero alla volontà politica, il governo Roussef dovrà investire molto di più di quanto sta facendo nell’educazione pubblica, di qualità.

Eliano Rossi


Brasile, lo shopping si fa negli Usa


La causa è il super Real. L’effetto è il boom d’acquisti di beni fuori dal Paese. Sopratutto negli Stati Uniti, dove il tasso di cambio favorisce i turisti in possesso di una moneta ormai surriscaldata. Secondo il quotidiano A Folha, i turisti brasiliani hanno raggiunto il terzo posto tra i viaggiatori che spendono di più negli States, dietro solo ai giapponesi e agli inglesi. In media i sudamericani lasciano 5918$ a persona nel Paese a stelle e strisce. Ciò che sorprende di più è l’accelerazione con il quale si è raggiunta tale posizione. Dal 2003 a oggi, l’incremento nella spesa pro-capite dei turisti brasiliani è stato del 250%.

Alex Argozino/Editoria de Arte/Folhapress

Roba da cinesi insomma, che di fatto sono l’unico popolo ad aver registrato un aumento del tasso di spesa superiore. E così dal settimo posto in questa speciale classifica, il Brasile compie un deciso balzo in avanti.

Il governo americano prevede inoltre un forte aumento dei viaggiatori brasiliani. Nel 2016 i turisti in arrivo saranno 3 milioni, a fronte degli attuali 1,6. Un raddoppio quasi perfetto. Ma A Folha avverte che la causa di questo boom non è tanto la voglia di vedere da vicino la statua della Libertà o il Gran Canyon, ma lo shopping. Il rincaro dei prezzi in patria sta spingendo la nuova classe media a comprare altrove, dove il tasso di cambio rende gli acquisti più favorevoli.

I beni presi d’assalto sono sopratutto tecnologici: computers, cellulari e tablets. Sembra quindi che gli sgravi fiscali concessi dal governo Rousself  per i produttori di tablets & co. non abbiano ancora sortito gli effetti desiderati. Come già scritto su questo blog, l’intenzione del Governo fu quella di trasformare il Brasile in una piattaforma produttiva di tecnologia innovativa, ma anche in una piattaforma per esportazioni. Ciò che sta accadendo è che i brasiliani vanno altrove a spendere i loro soldi per acquistare gli I pad…

Il Governo farebbe bene a chiedersi cosa non sta funzionando, perchè se tante volte si è detto che l’arma in più del Brasile è il suo nuovo ed enorme mercato interno, con i prezzi così alti in patria, l’unico settore dell’economia a giovarne è il comparto del trasporto aereo. Porta i nuovi turisti a fare shopping, negli USA.

Eliano Rossi