Rio, favela eco-sostenibile grazie a riciclo e orti urbani


“Non c’è trasformazione che porti una realtà difficile ad essere un posto migliore all’improvviso. Sono necessarie collaborazione, tempo e pazienza”, racconta Lea Rekow, ricercatrice australiana della Griffith University. Arrivata a Rio de Janeiro un anno e mezzo fa si è accorta che oltre alla povertà e al disagio sociale c’è un altro problema che attanaglia le favelas brasiliane: la cementificazione. Il suo progetto “Green my Favela”, con la collaborazione della ONG “Rocinha  mundo da arte”, ha portato piccoli angoli di verde tra le vie scure e umide dello slum più grande del sud America, una comunità da 150 mila persone nella zona sud della “Cidade Maravilhosa”. Continua a leggere su Sky.it

L’alta moda viene dalla favela


Teresa Leal dirige una cooperativa a Rocinha, lo slum più grande del Sud America. Con una missione: dare alle donne un lavoro umano e potere economico. I risultati non mancano: esposizioni internazionali e un negozio nel Fashion Mall più chic di Rio

Pubblicato su Sky.it

di Eliano Rossi

“E’ il potere economico che emancipa le persone. Dà autonomia e aumenta il potere di scelta”. Non sono parole di un dirigente in grisaglia, ma di una sociologa brasiliana che lavora nella favela di Rocinha, lo slum più grande del Sud America. Tra ritagli di stoffa, fili colorati, forbici e aghi, nell’atelier della Rua 1,  Teresa Leal, 50 anni, ha creato Coopa Roca: una cooperativa di moda e design che dà lavoro a 80 donne. Le assume e le valorizza, esaltando la loro umanità. Non si tratta di filantropia, ma di pura impresa.

“Sono arrivata a Rocinha trent’anni fa, per ascoltare e osservare”, racconta guardando verso la finestra dell’Atelier. Continua a leggere…

Guarda tutte le foto delle donne di Coopa Roca

La donna che convinse Lula a “curare” le favelas


Rocinha è il più grande slum del Sud America e ha il maggior indice di tubercolosi di tutto il Brasile. Di recente un intero quartiere è stato ricostruito da capo: strade larghe e pulite. Luce e vento al posto di muffa e umidità. Così comincia la lotta alla malattia

Foto e Testo di Eliano Rossi  (c)

Pubblicato su The Post Internazionale

 

“PRIMA ERA TUTTO COSÌ”, racconta un ragazzo entrando in uno dei tanti “becos” di Rocinha, a Rio de Janeiro. Vene di cemento nelle quali pulsa il sangue della favela. Cunicoli scuri, orfani del sole, con le pareti fradice di umidità. Se allarghi le braccia non riesci a stenderle; Passa solo una persona alla volta. Mentre cammini devi fare attenzione: guarda avanti per vedere chi viene. Guarda in basso per vedere dove metti i piedi. Guarda a lato per non bagnarti. Ogni tanto arriva una vampata maleodorante: non tutta la favela è coperta dalla rete fognaria. Ti tappi il naso e continui a camminare. Prima era tutto, solo, così.

Se vivi in quelle condizioni puoi prendere la tubercolosi. E infatti Rocinha, la favela più grande del Sud America, con oltre 160 mila abitanti (si tratta di una stima, non esistono cifre esatte) ha un triste primato: è l’area con la maggior incidenza di tubercolosi del Brasile. La media nazionale è di 43 casi per 100 mila abitanti (secondo i dati della World Bank che si riferiscono al 2010). Nella favela carioca si arriva a 300.

Il bacillo di Koch adora i “becos”. Prolifera a causa dell’assenza delle condizioni minime di vivibilità: l’aria e la luce. Si propaga quando le persone contagiate tossiscono, espirano, parlano o cantano. Basterebbe poco per ucciderlo: aria pulita, luce naturale e condizioni igieniche accettabili. Ma anche il minimo, in certi contesti, è troppo. Le favelas sono comunità cresciute nel disordine. Frutto di “invasioni”, per dirla con il linguaggio ufficiale. “Necessità”, nella lingua del popolo. Senza piani regolatori, senza architetti, senza ingegneri. Senza criterio. Un mattone dietro l’altro, fin quando c’era spazio. Poi uno sopra l’altro. E così via.

 

A riposo, seduta sull’uscio di una casa nella Rua 3, c’è Rita Smith. Pelle scura e occhi sereni. Capelli corti e ricci, con una punta di bianco qua e là. Ha 49 anni ed è nata a Rocinha. È tra le eroine della comunità. Lei la tubercolosi l’ha già sconfitta. Sua madre non c’è riuscita. Da anni fa l’ “agente de saude” (una sorta di assistente sociale con delega alla salute) e si dedica a insegnare alle persone a difendersi dal bacillo. Le spinge a farsi visitare. Gli dà sostegno psicologico per portare a termine il trattamento.

“A Rocinha abbiamo 30-40 casi di tubercolosi ogni mese, durante tutto l’anno”, racconta Rita. “L’80 per cento delle persone della comunità ha avuto contatto con qualche contagiato. Puoi immaginare cosa significa”, dice. “E questa piaga si deve alle condizioni di vita. A causa della geografia stessa della favela, le persone rimangono con le porte e le finestre chiuse durante tutto il giorno. La luce elettrica accesa 24 ore. Il sole e il vento non entrano mai dentro le case”.

 

La tubercolosi si può curare, ma a Rocinha gli ostacoli sono tanti. Il trattamento dura sei mesi. Molti non lo finiscono. Altri neanche lo cominciano. C’è bisogno di riposo assoluto per battere la tubercolosi. E nella favela non puoi permetterti di rimanere senza lavoro per tutto quel tempo. Specie se hai un mestiere informale. In quel caso non c’è un piano di assistenza economica. Come se non bastasse, ci si mette pure la modalità d’azione del batterio: “Fin quando non diventa attivo, e quindi contagioso, è difficile capire se si è infetti. E poi molti confondono i sintomi, tosse cronica e febbre, con la pneumonia”, spiega Rita.

Ma lei, oltre al suo lavoro quotidiano, ha già fatto qualcosa di straordinario per la favela. Sussurrando le parole giuste alla persona giusta, ha portato alla trasformazione architettonica di un intero sub-quartiere della comunità. “Era il 2008 e a Rocinha arrivò il presidente Lula per inaugurare i primi lavori del PAC, il Programma di Accelerazione della Crescita. Io ero tra le persone scelte per mostrare al presidente le criticità della favela. Lui sapeva tutto ed era sconcertato dall’incidenza della tubercolosi nella nostra area”.

Rita l’ha portato nella Rua 4, la strada dove è nata e dove l’ampiezza dei cunicoli variava tra i 60 e gli 80 centimetri. Gli ha spiegato la relazione tra la tubercolosi e l’architettura della favela. Lui, il presidente, commosso le disse: “Tranquilla, farò qualcosa per voi”.

 

“Pensavo fosse la classica promessa da politico”, confessa Rita. “Credevo che non sarebbe cambiato nulla”. E invece, poche settimane dopo, arrivarono gli ingegneri e gli architetti. Prepararono un piano per la Rua 4, che non era inclusa nel programma originale del PAC. In poco tempo e non senza problemi, hanno smantellato il quartiere e l’anno ricostruito da capo. Strade larghe 5 metri, case nuove. Colori sgargianti. Finestre al sole.

Oggi la Rua 4 è diventata il prototipo della favela moderna. I mezzi di trasporto passano dove prima non c’era spazio per due persone di fianco. Cartelli appesi sulle pareti degli edifici invitano la popolazione ad andare all’ospedale se tossiscono per più di tre settimane. Non ci sono i fili della corrente penzoloni e, soprattutto, la strada è pulita. La spazzatura è più facile da raccogliere. Un segnale della favela in transizione. È ancora poco, chiaro. Ma è un ottimo inizio.

di Eliano Rossi (c)

E se la prossima bolla immobiliare fosse in Brasile?


Alcuni esperti la vedono già, per altri non esiste. Gli uomini d’affari sembrano non preoccuparsene, ma le giovani coppie e le famiglie non si fidano e aspettano periodi più sicuri. Nel “Paese del futuro” comprare casa è diventato un gioco d’azzardo. E c’è timore per come sarà il gigante verde oro dopo le olimpiadi del 2016

Pubblicato sul The Post Internazionale

“VOGLIAMO SPOSARCI l’anno prossimo, ma prima dobbiamo comprare casa”, raccontano Nanda e Marcos, freschi trentenni di Salvador de Bahia. Hanno voglia di costruirsi un futuro insieme. Il lavoro non manca e qualche risparmio in banca c’è già.

“Ma il problema è trovarne una a buon prezzo – sospira Nanda – perché a meno di 200 mila Reais (quasi 80 mila Euro) non si trova nulla di decente”. La situazione di Bruna è diversa. Carioca di 29 anni, vive con i genitori. Anche lei vorrebbe comprarsi una casa, “ma mi dicono tutti di aspettare. Forse dopo le Olimpiadi i prezzi scenderanno”.

Negli ultimi due anni il valore degli appartamenti in Brasile è schizzato alle stelle. Solo nel 2011 il mercato immobiliare è cresciuto del 4,8 per cento (11,6 nel 2010). Ma il 2012 sembra aver invertito la rotta. In molte zone del Paese la crescita sta rallentando. In altre si registrano i primi cali dei prezzi.

“È tutto fermo. Piatto. Non si compra e non si vende. Funzionano sono gli affitti”, commenta amareggiato Seu Lima, proprietario di un’agenzia immobiliare nella zona sud di Rio de Janeiro. “Siamo in una fase di stallo perché la gente deve abituarsi ai nuovi prezzi”, dice.

Più della disabitudine, è il timore di una bolla immobiliare a frenare gli acquisti dei brasiliani. Da tempo non si vedevano prezzi così alti e tante gru al lavoro. Nei primi sei mesi del 2012, a San Paolo, la vendita di appartamenti con quattro stanze letto ha fatto registrare una brusca frenata.

Secondo i dati di Secovi, la principale associazione che riunisce i costruttori del Paese, dall’inizio dell’anno le vendite di immobili nella capitale paulista sono state 11.981. Il 52 per cento di queste hanno interessato appartamenti “dormitorio” di due stanze. Con questo scenario economico le persone preferiscono acquistare proprietà più piccole. Costano meno e si vendono più facilmente in caso di crisi.

“La forte valorizzazione degli immobili non significa per forza bolla immobiliare”, aveva rassicurato lo scorso maggio in una conferenza Paulo Picchetti, ricercatore all’Istituto Brasiliano di Economia della Fondazione Getúlio Vargas.

“Il Brasile sta vivendo una trasformazione strutturale, basata sulla crescita dei risparmi della popolazione, la stabilità del lavoro e la manutenzione del livello di inadempienze bancarie. Inoltre il deficit di abitazioni del Paese e i prossimi eventi sportivi potranno sostenere ancora la crescita”.

Nella foto i lavori di ristrutturazione nello stadio Mané Garrincha di Brasilia in vista dei campionati mondiali di calcio nel 2014.

 

Samy Dana, anche lui professore di economia della Fondazione Getúlio Vargas, non la pensa come il suo collega. Per lui la bolla immobiliare non è uno spettro. È già realtà. “In questo momento, il ritorno economico che danno gli immobili è molto inferiore al grado di rischio” aveva dichiarato alla rivista Exame.

“I prezzi non possono salire all’infinito perché esiste un livello in cui diventano insostenibili. Che il mercato brasiliano abbia vissuto una stagnazione negli ultimi vent’anni e che esista un deficit di case, è vero. Ma non perché ci sia scarsità di cibo i prezzi dei beni alimentari salgono all’infinito”.

Prezzi che risultano ancora convenienti per europei e americani benestanti. L’offerta è notevole e tagliata su misura. Imprese edili internazionali costruiscono condomini di lusso davanti alle spiagge da sogno del nordest. Soprattutto nella zona di Natal, nel Rio Grande do Norte. Promettono belle case con rendimenti del 10 per cento l’anno. L’exit plan di soli 4 o 5 anni.

Cavalcano l’onda lunga del boom dell’economia brasiliana e della pubblicità che la coppa del mondo 2014 sta offrendo al Paese. Ce n’è per tutte le esigenze: case da 300 a 900 metri quadrati. Volendo si può investire anche solo sul terreno, senza casa. E per chi è interessato alla speculazione, ci sono diversi fondi che assicurano rendimenti interessanti a cinque anni, con la possibilità di uscirne prima pagando una “facilitation fee”.

Sam Zell, uno degli investitori più influenti nel mercato immobiliare dei Paesi emergenti, non sembra così preoccupato di come si stanno mettendo le cose in Brasile. “Se la bolla c’è si sgonfierà lentamente”, ha dichiarato il property baron al quotidiano Estadao.

“Il problema non è il rallentamento del mercato. La questione è se il Brasile è ancora un Paese attraente o no. Per me lo è. Il perché è semplice: ha un grande potenziale. Gli investitori ora sono solo un po’ più cauti”.

di Eliano Rossi

Se il petrolio diventa una maledizione


Negli ultimi cinque mesi, ben 16 incidenti nei giacimenti Pre-sal hanno minacciato di coprire di petrolio le coste brasiliane. Chevron e Petrobras fanno fatica a contenere i rischi. Dilma Rousseff ha tuonato contro chi non rispetta le regole, ma il peggio potrebbe ancora venire: con lo sviluppo degli oleodotti e il passaggio delle petroliere, le perdite di greggio sono destinate ad aumentare

Pubblicato su The Post Internazionale

A YEMANJÀ TUTTE quelle vibrazioni e la sporcizia sui fondali non devono piacere. La dea del mare del Candomblè brasiliano vive nell’oceano. E’ una donna dai capelli lunghi e neri. Vanitosa e molto permalosa. I credenti la temono. Le offrono fiori, specchi e rossetti per ricevere le sue grazie. Ma da quando a largo della costa il Governo ha scoperto l’oro nero, il suo riposo è sempre disturbato.

Sarà forse per la sua furia che il petrolio del Pre-sal, da manna sta diventando una maledizione. Negli ultimi cinque mesi, 16 perdite di greggio hanno minacciato le coste brasiliane senza mai toccarle; per ora. Ma di questo passo, è solo questione di tempo. Il Governo di Brasilia dovrà porre presto la questione della sicurezza ambientale delle coste. E sarebbe opportuno sollevarla anche al Rio+20, la conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile, del 20 giugno. Prima che diventi ingestibile.

Una lunga serie di incidenti. Maria das Graças Foster, neo-amministratrice delegata di Petrobras, dal suo ufficio al ventitreesimo piano, nel centro di Rio, gode di una vista privilegiata sulla baia di Guanabara. Lo sviluppo dei pozzi nel Pre-sal è stato tra i fattori che ha influito sulla sua nomina alla guida del colosso energetico. Un ingegnere è più funzionale di un economista, come era il suo predecessore Segio Gabrielli, quando bisogna perforare un fondale marino a 7 chilometri di profondità. Ma la ricetta di Graça sta tardando a dare frutti.

L’ultimo incidente porta proprio la firma di Petrobras: una quantità imprecisata di greggio – ha comunicato l’Agenzia Nazionale del Petrolio il 10 aprile – è fuoriuscito da un pozzo del campo Roncador. Come spesso accade in questi casi, i dettagli non si conoscono. Ma di certo non è un episodio isolato. Il 31 marzo, quasi 1.600 litri di combustibile hanno oscurato il mare a 20 chilometri dalla spiaggia di Ponta Negra. Il 13 febbraio, 30 barili di greggio (4.770 litri) si sono riversati nel campo de Barracuda. L’incidente più grave però, è stato quello del 7 novembre 2011. Nel campo de Frade, sotto la responsabilità della compagnia americana Chevron, sono caduti in acqua circa 2.400 barili di petrolio, che hanno tenuto col fiato sospeso il Paese.

 

L’incubo “Golfo del Messico” e la Chevron. Per qualche giorno si è temuto di rivedere le immagini girate nel Golfo del Messico. Era il 2010 quando dalla piattaforma Deepwater Horizon si riversarono in mare, durante 106 giorni, circa 60.000 barili di greggio. Le splendide coste della Luisiana, del Mississipi, dell’Alabama e della Florida furono devastate dal petrolio.

I settori della pesca e del turismo messi in ginocchio. Il costo ambientale inestimabile. Ma per fortuna l’episodio non si è ripetuto. I danni causati in Brasile sono nulla in confronto a quelli fatti da British Petroleum negli Stati Uniti. Comunque, sia la Chevron che la Transocean, proprietaria della piattaforma, oltre a essere multate, hanno rischiato l’estromissione dallo sfruttamento dei giacimenti nel Pre-sal.

Perforare il Pre-sal è difficile. Non si tratta solo di negligenza o di azioni spinte dalla brama di lucro a tutti i costi. Le perforazioni marine, da un punto di vista ingegneristico, sono tra le più rischiose. Quelle nel Pre-sal, poi, complice lo spesso strato di sale che protegge i giacimenti e la profondità del mare, sono particolarmente complicate. A causa delle caratteristiche del fondale, il fattore di corrosione dei materiali è alto. Tanto che, nonostante le multe salate e le minacce di estromissione, lo scorso 17 marzo Chevron ha commesso un altro grosso errore: la Marina brasiliana ha scoperto una macchia d’olio con un estensione di circa un chilometro in mare, a soli tre da dove era avvenuto l’incidente precedente.

Il peggio potrebbe ancora venire. Secondo un studio pubblicato dal quotidiano Folha de Sao Paulo, il numero degli incidenti è destinato a salire con lo sviluppo dei giacimenti. Non solo per l’aumento delle perforazioni, ma soprattutto per gli spostamenti del petrolio e dei suoi derivati nel mare. Oleodotti, petroliere e terminals provocheranno un incremento del numero degli incidenti. Mauricio Canedo, della Fondazione Getulio Vargas, e Marcus D’Ellia, specialista della società di consulenze in logistica Ilos, hanno dichiarato a Folha che c’è una mancanza di coordinazione tra gli attori in campo.

“Serve un’azione di Governo per prevenire gli incidenti, pianificare la prevenzione e prendere decisioni rapide. Oggi è tutto disperso e c’è l’impressione che ogni organo si comporti senza consultare gli altri”. Lo specialista di Ilos suggerisce la creazione di un centro unificato di monitoraggio. In modo che il petrolio torni a essere una benedizione, non una iattura. E che la ragazza di Ipanema, cantata da Tom Jobim negli anni Sessanta, continui a ispirare altre canzoni ai maestri brasiliani, passeggiando sulla spiaggia più famosa di Rio senza il petrolio sotto i piedi. Perchè pensare alla statua del Cristo Redentore, che con le braccia aperte benedice una baia tutta nera, fa male all’immaginario collettivo del mondo intero.

di Eliano Rossi

Maria das Graças Foster, la “signora Petrobras”


La dipingono come la “creatura” di Dilma. Si chiama Maria das Graças Foster, ha 59 anni, ed era stata indicata lo scorso novembre, dal Financial Times, tra le 50 donne più influenti nel mondo. Adesso, potrebbe aver scalato qualche posizione in classifica: il 13 febbraio diventerà capo esecutivo di Petrobras; il “campione nazionale” brasiliano, tra le prime 15 compagnie petrolifere del globo

Pubblicato sul The Post Internazionale

LE PIACE farsi chiamare Graça, ha 59 anni e conosce la Petrobras come le sue tasche. Ci lavora dal 1978 ed è stata a capo dei principali settori strategici della società. E’ nata a Caratinga, nel Minas Gerais, ma è cresciuta nel Complexo do Alemão, una delle favelas di Rio de Janeiro pacificate di recente. Dal 13 febbraio diventerà il nuovo capo esecutivo di Petrobras, il colosso energetico del Sud America.

Graça è laureata in ingegneria chimica e ha un Master in ingegneria nucleare, oltre a un MBA in economia. Sul braccio destro ha tre stelle tatuate: due per i figli, una per la Petrobras. Al quotidiano Folha ha rivelato che tifa per il Botafogo, adora il Carnevale e i Beatles. Ma nella vita professionale ha la fama di una tecnocrate rigida ed esigente. «So che le persone non vorrebbero mai avermi come capo», ha detto in un’intervista alla rivista Exame. «Sono dura, lo riconosco, ma abbraccio e bacio chi ha lavorato bene».

La sua carriera cambia piega nel 2003, quando Dilma Rousseff, a quei tempi ministro delle Miniere e dell’Energia nel governo Lula, ha modo di vederla al lavoro. Ne è nata una amicizia forte che ha aiutato la Foster a scalare le gerarchie della Petrobras. Sarà per la somiglianza nei modi, o nel carattere, ma i media brasiliani l’hanno subito dipinta come la “creatura” di Dilma.

Il passaggio di consegne tra Josè Sèrgio Gabrielli, l’attuale CEO di Petrobras, e Graça sarà formalizzato il 13 febbraio, durante la riunione del Consiglio di amministrazione. Gabrielli, 63 anni, economista, comincerà una nuova vita. Fuori dalle aziende, dentro la politica. Secondo la Globo, la maggiore testata radio – televisiva del Paese, si candiderà alla guida dello stato di Bahia nel 2014.

Non è solo per la stima verso la Foster che la Rousseff ha preteso il cambio di governance. Il colosso energetico ha bisogno di orizzonti diversi da quelli che poteva offrire Gabrielli. La Petrobras si trova in difficoltà. Gabrielli ha finanziato la compagnia indebitandosi all’estero mentre la moneta nazionale, il Real, era in fase di apprezzamento. Ma adesso che il dollaro e l’euro stanno recuperando terreno, il debito della Petrobras si è gonfiato pericolosamente.

La missione di Graça sarà duplicare la produzione di petrolio entro il 2020, sfruttando le enormi riserve che si trovano a largo della costa brasiliana: il Pre-sal. Si tratta di giacimenti di petrolio a largo degli stati di Rio, San Paolo, Espiritu Santo e Santa Caterina, che si trovano a otto chilometri dalla superficie del mare, sotto uno spesso strato di sale. La Petrobras ha già cominciato a estrarre petrolio dal Pre-sal, ma ha bisogno di raffinare le tecniche di estrazione sottomarine. Al momento quel petrolio non è ancora competitivo sul mercato (leggi l’articolo).

Nelle intenzioni di Dilma, un ingegnere al timone faciliterà il rilancio della Petrobras. In più, Graça sembra una lady di ferro, proprio come il presidente. L’unica ombra nella sua carriera sono i contratti che Petrobras ha firmato con l’azienda di suo marito, Colin Vaughan Foster. Tra il 2007 e il 2010, il colosso energetico e la C.Foster hanno stipulato 42 contratti per la fornitura di componenti elettronici. La Petrobras ha liquidato la vicenda dicendo che si è trattato di contratti di piccola entità e che non rientravano nel settore Gas e Energia (dove Graça era direttrice), ma non ha mai reso noto il costo totale delle spese per le forniture.

di Eliano Rossi

Digressione

La valorizzazione degli immobili nelle favelas occupate dalla UPP cresce più che nei quartieri tradizionali di Rio de Janeiro. Con l’arrivo dei servizi pubblici e la pace sociale, il prezzo delle case è volato alle stelle, trainato anche dalla crescita generale. Ma per chi paga l’affitto la vita diventa insostenibile. Sono, in parte, gli effetti collaterali della Coppa del Mondo e delle Olimpiadi

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DA novembre a oggi sono cambiate molte cosa a Rocinha, la favela di Rio liberata dall’esercito. Pochi giorni dopo l’operazione di polizia, il Banco do Brasil e la Cef (Caixa Economica Federal) si sono affrettate ad aprire le loro filiali nel cuore dello slum, segnando il punto di svolta per il quartiere. I turisti si avventurano in safari urbani. Gli affari dei commercianti migliorano giorno dopo giorno. Ma al di là delle considerazioni sui benefici dell’intervento della UPP, l’arresto dei criminali e del traffico di droga, Rocinha e le favelas pacificate sono diventate potenziali bolle immobiliari.

La Fondazione Getulio Vargas ha studiato gli effetti economici della pacificazione sull’economia delle favelas. Nell’ultimo report, l’istituto afferma che il valore immobiliare delle case nelle zone pacificate è cresciuto il 7 per cento in più rispetto a quelle dei quartieri tradizionali di Rio. Lo studio è stato fatto comparando le strutture disponibili a Rocinha e nel Complexo do Alemão, l’altra favela pacificata nel 2010, con molta fatica, dalle Tropas de elite.

Le case di Rocinha sono incastonate nel cuore di una collina, alle spalle del centro di Rio de Janeiro. La vista della Cidade Maravilhosa, dall’alto, mozza il fiato. I quartieri chic di Leblon e Ipanema sono a due passi. Lo slum, fino a poco tempo fa controllato dal trafficante Antonio Bonfim Lopes detto Nem, oggi si scopre ricco di potenzialità.

Per capire quello che sta succedendo basta pensare alla storia di Lenita e Sebastião da Rocha. I due, sposati e residenti a Rocinha, volevano vendere la casa e il bar di loro proprietà per trasferirsi a Itaboraì. Prima della pacificazione chiedevano 26 mila Reais per la casa (circa 11 mila euro). A distanza di due mesi ne vogliono 40 mila (17 mila euro). «A Rocinha c’è tutto», dice Lenita. «Chi vive qui non ha bisogno di andare al centro commerciale. E poi è vicino alla zona sud (la zona ricca n.d.r.), quindi è chiaro che la tendenza è quella di un’aumento dei prezzi». Per il bar chiedono 20 mila Reais, ma forse lo affitteranno per tenersi una rendita mensile.

Jorge Ricardo Souza dos Santos, 36 anni, gestisce un’agenzia immobiliare. Spiega che Rocinha è divisa in tre sezioni: c’è la parte dei “ricchi”, che vivono sulla Estrada da Gàvea; la parte della classe media, con case un po’ più grandi (due stanze da letto, sala, bagno e cucina); e la Rocinha “classe C”, dove vivono le persone che non hanno proprietà, ma pagano l’affitto. I prezzi variano molto. Gli affitti corrispondono all’1 per cento del valore degli immobili. Una camera da letto e una sala, prima dell’occupazione della UPP, valeva intorno ai 25 mila Reais. Ma adesso che i prezzi sono cresciuti, le persone in affitto rischiano di essere sfrattate dalla favela. Passare da 250 a 450-500 Reais al mese è un problema insormontabile.

Sono gli effetti collaterali della Coppa del Mondo e delle Olimpiadi. Questi eventi sportivi saranno la vetrina mondiale per il “nuovo Brasile”. Ma il prezzo da pagare per ammodernare e ripulire le città in poco tempo è alto. Il Comitato Popolare per la Coppa del Mondo e le Olimpiadi ha già denunciato episodi di questo genere. Inoltre, questa organizzazione ha raccolto oltre 150 mila casi di persone, in tutto il Brasile, vittime della violazione dei diritti di proprietà. La linea è sgomberare i luoghi fatiscenti, con una prospettiva economica, per fare spazio ai grandi investimenti.

Secondo lo studio delle Nazioni Unite “State of World Cities 2010/2011”, il Brasile ha ridotto la popolazione delle baraccopoli del 16 per cento negli ultimi 10 anni. Se la soluzione è pacificare le favelas, creare bolle speculative e cacciare via i poveri da un’altra parte, i problemi non si risolvono. Si nascondono sotto al tappeto.

di Eliano Rossi

Pace e speculazione. Come cambia la favela a Rio