Rio, favela eco-sostenibile grazie a riciclo e orti urbani


“Non c’è trasformazione che porti una realtà difficile ad essere un posto migliore all’improvviso. Sono necessarie collaborazione, tempo e pazienza”, racconta Lea Rekow, ricercatrice australiana della Griffith University. Arrivata a Rio de Janeiro un anno e mezzo fa si è accorta che oltre alla povertà e al disagio sociale c’è un altro problema che attanaglia le favelas brasiliane: la cementificazione. Il suo progetto “Green my Favela”, con la collaborazione della ONG “Rocinha  mundo da arte”, ha portato piccoli angoli di verde tra le vie scure e umide dello slum più grande del sud America, una comunità da 150 mila persone nella zona sud della “Cidade Maravilhosa”. Continua a leggere su Sky.it

L’alta moda viene dalla favela


Teresa Leal dirige una cooperativa a Rocinha, lo slum più grande del Sud America. Con una missione: dare alle donne un lavoro umano e potere economico. I risultati non mancano: esposizioni internazionali e un negozio nel Fashion Mall più chic di Rio

Pubblicato su Sky.it

di Eliano Rossi

“E’ il potere economico che emancipa le persone. Dà autonomia e aumenta il potere di scelta”. Non sono parole di un dirigente in grisaglia, ma di una sociologa brasiliana che lavora nella favela di Rocinha, lo slum più grande del Sud America. Tra ritagli di stoffa, fili colorati, forbici e aghi, nell’atelier della Rua 1,  Teresa Leal, 50 anni, ha creato Coopa Roca: una cooperativa di moda e design che dà lavoro a 80 donne. Le assume e le valorizza, esaltando la loro umanità. Non si tratta di filantropia, ma di pura impresa.

“Sono arrivata a Rocinha trent’anni fa, per ascoltare e osservare”, racconta guardando verso la finestra dell’Atelier. Continua a leggere…

Guarda tutte le foto delle donne di Coopa Roca

La donna che convinse Lula a “curare” le favelas


Rocinha è il più grande slum del Sud America e ha il maggior indice di tubercolosi di tutto il Brasile. Di recente un intero quartiere è stato ricostruito da capo: strade larghe e pulite. Luce e vento al posto di muffa e umidità. Così comincia la lotta alla malattia

Foto e Testo di Eliano Rossi  (c)

Pubblicato su The Post Internazionale

 

“PRIMA ERA TUTTO COSÌ”, racconta un ragazzo entrando in uno dei tanti “becos” di Rocinha, a Rio de Janeiro. Vene di cemento nelle quali pulsa il sangue della favela. Cunicoli scuri, orfani del sole, con le pareti fradice di umidità. Se allarghi le braccia non riesci a stenderle; Passa solo una persona alla volta. Mentre cammini devi fare attenzione: guarda avanti per vedere chi viene. Guarda in basso per vedere dove metti i piedi. Guarda a lato per non bagnarti. Ogni tanto arriva una vampata maleodorante: non tutta la favela è coperta dalla rete fognaria. Ti tappi il naso e continui a camminare. Prima era tutto, solo, così.

Se vivi in quelle condizioni puoi prendere la tubercolosi. E infatti Rocinha, la favela più grande del Sud America, con oltre 160 mila abitanti (si tratta di una stima, non esistono cifre esatte) ha un triste primato: è l’area con la maggior incidenza di tubercolosi del Brasile. La media nazionale è di 43 casi per 100 mila abitanti (secondo i dati della World Bank che si riferiscono al 2010). Nella favela carioca si arriva a 300.

Il bacillo di Koch adora i “becos”. Prolifera a causa dell’assenza delle condizioni minime di vivibilità: l’aria e la luce. Si propaga quando le persone contagiate tossiscono, espirano, parlano o cantano. Basterebbe poco per ucciderlo: aria pulita, luce naturale e condizioni igieniche accettabili. Ma anche il minimo, in certi contesti, è troppo. Le favelas sono comunità cresciute nel disordine. Frutto di “invasioni”, per dirla con il linguaggio ufficiale. “Necessità”, nella lingua del popolo. Senza piani regolatori, senza architetti, senza ingegneri. Senza criterio. Un mattone dietro l’altro, fin quando c’era spazio. Poi uno sopra l’altro. E così via.

 

A riposo, seduta sull’uscio di una casa nella Rua 3, c’è Rita Smith. Pelle scura e occhi sereni. Capelli corti e ricci, con una punta di bianco qua e là. Ha 49 anni ed è nata a Rocinha. È tra le eroine della comunità. Lei la tubercolosi l’ha già sconfitta. Sua madre non c’è riuscita. Da anni fa l’ “agente de saude” (una sorta di assistente sociale con delega alla salute) e si dedica a insegnare alle persone a difendersi dal bacillo. Le spinge a farsi visitare. Gli dà sostegno psicologico per portare a termine il trattamento.

“A Rocinha abbiamo 30-40 casi di tubercolosi ogni mese, durante tutto l’anno”, racconta Rita. “L’80 per cento delle persone della comunità ha avuto contatto con qualche contagiato. Puoi immaginare cosa significa”, dice. “E questa piaga si deve alle condizioni di vita. A causa della geografia stessa della favela, le persone rimangono con le porte e le finestre chiuse durante tutto il giorno. La luce elettrica accesa 24 ore. Il sole e il vento non entrano mai dentro le case”.

 

La tubercolosi si può curare, ma a Rocinha gli ostacoli sono tanti. Il trattamento dura sei mesi. Molti non lo finiscono. Altri neanche lo cominciano. C’è bisogno di riposo assoluto per battere la tubercolosi. E nella favela non puoi permetterti di rimanere senza lavoro per tutto quel tempo. Specie se hai un mestiere informale. In quel caso non c’è un piano di assistenza economica. Come se non bastasse, ci si mette pure la modalità d’azione del batterio: “Fin quando non diventa attivo, e quindi contagioso, è difficile capire se si è infetti. E poi molti confondono i sintomi, tosse cronica e febbre, con la pneumonia”, spiega Rita.

Ma lei, oltre al suo lavoro quotidiano, ha già fatto qualcosa di straordinario per la favela. Sussurrando le parole giuste alla persona giusta, ha portato alla trasformazione architettonica di un intero sub-quartiere della comunità. “Era il 2008 e a Rocinha arrivò il presidente Lula per inaugurare i primi lavori del PAC, il Programma di Accelerazione della Crescita. Io ero tra le persone scelte per mostrare al presidente le criticità della favela. Lui sapeva tutto ed era sconcertato dall’incidenza della tubercolosi nella nostra area”.

Rita l’ha portato nella Rua 4, la strada dove è nata e dove l’ampiezza dei cunicoli variava tra i 60 e gli 80 centimetri. Gli ha spiegato la relazione tra la tubercolosi e l’architettura della favela. Lui, il presidente, commosso le disse: “Tranquilla, farò qualcosa per voi”.

 

“Pensavo fosse la classica promessa da politico”, confessa Rita. “Credevo che non sarebbe cambiato nulla”. E invece, poche settimane dopo, arrivarono gli ingegneri e gli architetti. Prepararono un piano per la Rua 4, che non era inclusa nel programma originale del PAC. In poco tempo e non senza problemi, hanno smantellato il quartiere e l’anno ricostruito da capo. Strade larghe 5 metri, case nuove. Colori sgargianti. Finestre al sole.

Oggi la Rua 4 è diventata il prototipo della favela moderna. I mezzi di trasporto passano dove prima non c’era spazio per due persone di fianco. Cartelli appesi sulle pareti degli edifici invitano la popolazione ad andare all’ospedale se tossiscono per più di tre settimane. Non ci sono i fili della corrente penzoloni e, soprattutto, la strada è pulita. La spazzatura è più facile da raccogliere. Un segnale della favela in transizione. È ancora poco, chiaro. Ma è un ottimo inizio.

di Eliano Rossi (c)

Digressione

La valorizzazione degli immobili nelle favelas occupate dalla UPP cresce più che nei quartieri tradizionali di Rio de Janeiro. Con l’arrivo dei servizi pubblici e la pace sociale, il prezzo delle case è volato alle stelle, trainato anche dalla crescita generale. Ma per chi paga l’affitto la vita diventa insostenibile. Sono, in parte, gli effetti collaterali della Coppa del Mondo e delle Olimpiadi

Pubblicato sul The Post Internazionale

DA novembre a oggi sono cambiate molte cosa a Rocinha, la favela di Rio liberata dall’esercito. Pochi giorni dopo l’operazione di polizia, il Banco do Brasil e la Cef (Caixa Economica Federal) si sono affrettate ad aprire le loro filiali nel cuore dello slum, segnando il punto di svolta per il quartiere. I turisti si avventurano in safari urbani. Gli affari dei commercianti migliorano giorno dopo giorno. Ma al di là delle considerazioni sui benefici dell’intervento della UPP, l’arresto dei criminali e del traffico di droga, Rocinha e le favelas pacificate sono diventate potenziali bolle immobiliari.

La Fondazione Getulio Vargas ha studiato gli effetti economici della pacificazione sull’economia delle favelas. Nell’ultimo report, l’istituto afferma che il valore immobiliare delle case nelle zone pacificate è cresciuto il 7 per cento in più rispetto a quelle dei quartieri tradizionali di Rio. Lo studio è stato fatto comparando le strutture disponibili a Rocinha e nel Complexo do Alemão, l’altra favela pacificata nel 2010, con molta fatica, dalle Tropas de elite.

Le case di Rocinha sono incastonate nel cuore di una collina, alle spalle del centro di Rio de Janeiro. La vista della Cidade Maravilhosa, dall’alto, mozza il fiato. I quartieri chic di Leblon e Ipanema sono a due passi. Lo slum, fino a poco tempo fa controllato dal trafficante Antonio Bonfim Lopes detto Nem, oggi si scopre ricco di potenzialità.

Per capire quello che sta succedendo basta pensare alla storia di Lenita e Sebastião da Rocha. I due, sposati e residenti a Rocinha, volevano vendere la casa e il bar di loro proprietà per trasferirsi a Itaboraì. Prima della pacificazione chiedevano 26 mila Reais per la casa (circa 11 mila euro). A distanza di due mesi ne vogliono 40 mila (17 mila euro). «A Rocinha c’è tutto», dice Lenita. «Chi vive qui non ha bisogno di andare al centro commerciale. E poi è vicino alla zona sud (la zona ricca n.d.r.), quindi è chiaro che la tendenza è quella di un’aumento dei prezzi». Per il bar chiedono 20 mila Reais, ma forse lo affitteranno per tenersi una rendita mensile.

Jorge Ricardo Souza dos Santos, 36 anni, gestisce un’agenzia immobiliare. Spiega che Rocinha è divisa in tre sezioni: c’è la parte dei “ricchi”, che vivono sulla Estrada da Gàvea; la parte della classe media, con case un po’ più grandi (due stanze da letto, sala, bagno e cucina); e la Rocinha “classe C”, dove vivono le persone che non hanno proprietà, ma pagano l’affitto. I prezzi variano molto. Gli affitti corrispondono all’1 per cento del valore degli immobili. Una camera da letto e una sala, prima dell’occupazione della UPP, valeva intorno ai 25 mila Reais. Ma adesso che i prezzi sono cresciuti, le persone in affitto rischiano di essere sfrattate dalla favela. Passare da 250 a 450-500 Reais al mese è un problema insormontabile.

Sono gli effetti collaterali della Coppa del Mondo e delle Olimpiadi. Questi eventi sportivi saranno la vetrina mondiale per il “nuovo Brasile”. Ma il prezzo da pagare per ammodernare e ripulire le città in poco tempo è alto. Il Comitato Popolare per la Coppa del Mondo e le Olimpiadi ha già denunciato episodi di questo genere. Inoltre, questa organizzazione ha raccolto oltre 150 mila casi di persone, in tutto il Brasile, vittime della violazione dei diritti di proprietà. La linea è sgomberare i luoghi fatiscenti, con una prospettiva economica, per fare spazio ai grandi investimenti.

Secondo lo studio delle Nazioni Unite “State of World Cities 2010/2011”, il Brasile ha ridotto la popolazione delle baraccopoli del 16 per cento negli ultimi 10 anni. Se la soluzione è pacificare le favelas, creare bolle speculative e cacciare via i poveri da un’altra parte, i problemi non si risolvono. Si nascondono sotto al tappeto.

di Eliano Rossi

Pace e speculazione. Come cambia la favela a Rio

Vittorie, paura e fiction. La presa di Rocinha e la politica di imposizione della pace. Spettacolarizzazione di un’occupazione


La polizia di Rio libera la favela Rocinha dal traffico di droga. Il blitz è scattato all’alba. Sono stati impiegati tremila uomini, tra poliziotti e soldati, oltre a 18 mezzi blindati della marina e sette elicotteri da combattimento

Pubblicato su The Post Internazionale e riprodotto su Wikibrics

HANNO fatto il giro del mondo le immagini della presa indolore di Rocinha e Vidigal, tra le favelas più grandi di Rio de Janeiro a due passi da Leblon, il quartiere “bene” della Cidade Maravilhosa. Senza colpo ferire, le famose “Tropas de elite” si sono fatte largo all’alba di domenica 13 novembre, occupando il territorio con i carri armati e gli elicotteri. Un’operazione perfetta, cominciata tre giorni fa con l’arresto di Antônio Bonfim Lopes, detto Nem. Il trafficante di droga più influente di Rio. Il padrone della favela di Rocinha.

Ma tra i 120 mila abitanti del quartiere non sono tutti contenti. Molti hanno paura. Non è facile chiudere con il passato. Nem aveva stabilito regole e gerarchie precise nella favela. Da queste parti poi, la fiducia nella Policia Militar (PM) non è diffusa. E non potrebbe essere altrimenti dato che molte delle armi in mano ai trafficanti vengono dagli arsenali della polizia. La corruzione è un male comune a molti Paesi.

Inoltre la sensibilità della PM nella gestione della vita quotidiana è discutibile. João Rodrigues Arruda, Procuratore della Justiça Militar in pensione e autore del libro O Uso Político das Forças Armadas (L’uso politico delle forze armate, Mauad Editore), ha ribadito il concetto alla stampa: «I militari sono addestrati al combattimento, non alla gestione sociale. Certe volte non capiscono che fare un churrasquinho, la grigliata di carne in stile brasiliano, per strada o ballare il funk con la musica ad alto volume, fa parte della cultura della favela. I militari pensano solo a imporre la disciplina della caserma».

E spesso non si limitano a questo. Ci sono mele marce nei corpi migliori di qualsiasi esercito. Dopo la conquista del Complexo do Alemão lo scorso febbraio, sono state molte le denunce di abusi sui cittadini. Basta la minima provocazione, o il minimo sospetto e chi si trova nel momento sbagliato al posto sbagliato rischia di ricevere una “lezione”. Le denunce sono state tante che il Ministero Pubblico Federale ha convocato un’udienza generale il prossimo 18 novembre. Il gruppo di lavoro del Procuratore che accompagna l’azione delle forze di pacificazione vuole ascoltare le lamentele dei cittadini delle favelas.

L’intento di voler ripulire Rio dai trafficanti di droga è ineccepibile e condiviso dalla maggioranza dei carioca. Tra il 27 e il 29 novembre del 2010 l’Ibope, l’Istat brasiliano, ha raccolto l’opinione di mille residenti dello stato di Rio e l’88% degli intervistati si è detto favorevole alle forze di pacificazione nelle favelas. Dopo la spettacolare presa del Complexo do Alemão, avvenuta in mondovisione, sembra che al Governo federale non dispiaccia far vedere all’esterno con quanta fermezza stia preparando la città a ricevere la prossima Coppa del Mondo di calcio e le Olimpiadi del 2016. Per “l’operazione Rocinha” il Governatore di Rio ha chiesto al Ministero della Difesa l’aiuto dei fucilieri navali e dei blindati della Marina, oltre agli elicotteri e le forze di polizia a sua disposizione. Forse un dispiegamento di forze un po’ eccessivo, considerato che il boss di Rocinha, Nem, era stato già arrestato tre giorni prima.

Ma c’è un altra storia che lascia perplessi. Sembra che Nem abbia organizzato una festa di addio di cinque giorni per tutti i residenti, tra ottobre e novembre, con tanto di fiumi di birra e carne offerti alla gente. Lo scoop è di Folha de S. Paulo, che ha raccolto le testimonianze di alcuni abitanti di Rocinha. Forse Nem sapeva già tutto, o lo immaginava, tanto da aver avuto il tempo di lasciare “il testimone” ad altri. Le indiscrezioni che circolano sostengono che Nem abbia comprato i voti per l’elezione di Leonardo Lima a presidente dell’UPMMR (União Pró Melhoramentos dos Moradores da Rocinha), l’associazione che fa da filtro tra la favela e le istituzioni. Lima ha già smentito le accuse, ma il dubbio rimane. Così come l’impressione che il filo che separa la vittoria dalla paura e la fiction sia troppo sottile.

di Eliano Rossi

 

www.elianorossi.com